Mi si nota di più se l’accorato video-messaggio alla Nazione lo diffondo il giorno prima o il giorno dopo del voto in cui sono cacciato dal Parlamento perché condannato definitivo? Silvio Berlusconi, tra falchi e colombe a gettone, fa un po’ Ecce Bombo. O forse no: fa un po’ il Corona dei videoricatti. Cerca di tenere sulle spine quelli sensibili alle spine, i Letta, i Napolitano. Ma mentre cerca di chiudere uno spiffero, se ne aprono tanti altri. Così dopo la sentenza Mediaset arriva la sentenza Cir, e prima era arrivata la sentenza Dell’Utri, e dopo arriverà l’appello Ruby, e poi ancora si riaprirà Mediatrade, e poi…   

“L’Italia è il Paese che amo”, disse nel videomessaggio primigenio, quello da cui tutto iniziò. Sono l’imprenditore di successo che si sacrifica per voi, che mette la sua esperienza imprenditoriale al servizio della Nazione (da salvare dai comunisti). Vi farò felici, ricchi e potenti (in tutti i sensi) come me. Forza, Italia!

Vent’anni dopo, la tragedia torna come farsa. O questa volta è la farsa che si trasforma in tragedia? Di sicuro c’è che quello che un tempo scrivevano giornalisti poi colpiti da editti bulgari, ora è scritto nero su bianco in sentenze diventate definitive, dopo indagini accurate e lunghi processi con tutte le garanzie. L’imprenditore Silvio Berlusconi, editore, a capo della più grande casa editrice italiana, ha conquistato la Mondadori con una sentenza comprata e venduta. È “l’indiscusso beneficiario delle trame illecite materialmente attuate da altri sodali” (ovvero Cesare Previti e compagnia). Così ora la Cassazione ha stabilito che dovrà risarcire Carlo De Benedetti per il più colossale scippo mai realizzato nella storia italiana. La suprema corte gli ha fatto anche un piccolo sconto, i 564,2 milioni di euro stabiliti da un giudice con i calzini turchesi diventeranno circa 500 milioni. Comunque una bella sommetta, che supera perfino le generose regalie per tenere in piedi il circo a tre piste di sesso e ricatti costruito attorno a Ruby e al bunga bunga.   

L’imprenditore Silvio Berlusconi, impresario televisivo, a capo della più grande azienda italiana di tv e pubblicità, ha ideato e consolidato nel tempo un sistema di compravendita dei diritti televisivi che ha gonfiato i costi, frodato il fisco, accantonato fondi neri poi utilizzati per inconfessabili operazioni. Con questo sistema ha occultato al fisco (cioè a noi cittadini) la bella cifra di almeno 368 milioni di dollari. Questo dice la sentenza Mediaset, la prima diventata definitiva, dopo un’indagine condotta da un magistrato determinato e silenzioso, Fabio De Pasquale. Ora l’ultima rogatoria all’estero (società a Hong Kong, conti in Svizzera) rischia di riaprire un’altra indagine di De Pasquale, quella cosiddetta Mediatrade, che riguarda lo stesso sistema, proseguito, sembra, anche dopo il 2003.   

L’imprenditore Silvio Berlusconi, costruttore diventato editore televisivo, ha stabilito un patto segreto con l’organizzazione mafiosa Cosa nostra, attraverso la mediazione del suo braccio destro (o sinistro?) Marcello Dell’Utri. È stato definitivamente accertato che Dell’Utri ha tenuto vivi nel tempo contatti e rapporti d’affari con Stefano Bontate, il capo di Cosa Nostra predecessore di Totò Riina, per conto di Silvio Berlusconi. “Denaro in cambio di protezione”: è stato stretto un “rapporto sinallagmatico che ha legato l’imprenditore Berlusconi e Cosa nostra”. Sinallagmatico: cioè reciproco, con piena soddisfazione di entrambi. Così è stato accertato nel processo di Palermo al cofondatore della rinascente Forza Italia.   

E allora: “L’Italia è il Paese che amo”, dice il videocomunicato numero uno. L’Italia è il Paese che spremo, potrebbe dire il nuovo annuncio. Perché la storia imprenditoriale di Silvio Berlusconi si sta dimostrando – carte alla mano, documenti, testimoni e sentenze – una storia criminale piena di manovre illegali, società all’estero, truffe fiscali, sentenze comprate, patti con la mafia. In questa storia, la politica è fondamentale: è la sponda necessaria per frenare le indagini, rallentare i processi, intimorire i possibili testimoni, cambiare le leggi. E, alla fine, chiamare a raccolta un intero partito in difesa del proprio leader, da salvare perché prende i voti e dispensa posti e paga stipendi e distribuisce poltrone. La politica è diventata la continuazione, con altri mezzi, delle discutibili imprese imprenditoriali di un uomo che, ora, arriva al capolinea della sua avventura imprenditoriale e del suo azzardo politico.

il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2013