Promemoria per quelli che pensano che la crisi sia finita: l’Associazione delle banche italiane, guidata da Antonio Patuelli, ha dato la disdetta al contratto collettivo nazionale di settore con otto mesi d’anticipo. Visto che il 2014 sarà un anno terribile, tanto vale prepararsi subito ad affrontarlo. Con costi del personale più bassi (oggi in media 78mila euro per addetto) e con molte, molte persone in meno. Si parla di 20mila esuberi. Che si aggiungono alle migliaia di questi ultimi anni.

Ecco un passaggio della lettera dell’Abi alle associazioni sindacali: “L’evoluzione della crisi economica ha portato il Paese in uno stato di recessione particolarmente grave, con un Pil che risulta costantemente in contrazione a partire dal terzo trimestre del 2011. In questo scenario, per le banche la caduta della redditività si conferma significativa e insostenibile; in frequenti casi, la redditività è negativa”. Il modello di business non è sostenibile, dunque.

Ora l’Abi cerca di imputare tutti i problemi del settore ai ridotti orari di apertura, all’eccesso di personale nell’era di Internet e così via (come quando l’Eni spiega che il prezzo della benzina è colpa del-l’eccesso di pompe di benzina). In parte è vero, ma se così fosse non si spiegherebbe l’improvviso bisogno di capitale di molti istituti dovuto non ad anni di conto economico in rosso, ma a svalutazioni milionarie, a prestiti allegri negli anni scorsi ad amici degli amici che mai restituiranno il denaro o a miliardi investiti in partecipazioni o acquisizioni sbagliate.

Morale: come ricordava il Corriere della Sera qualche giorno fa, al Monte dei Paschi servono 2, 5 miliardi, alla Carige 800 milioni, alla Banca delle Marche 400, alla Popolare di Milano 500, alla Tercas 200-300. E nessuno in Italia sa dove trovarli, le Fondazioni azioniste sono messe peggio delle banche controllate e i grandi gruppi stranieri non hanno alcuna urgenza di investire sapendo che il prezzo del biglietto d’ingresso in Italia è destinato a scendere nei prossimi mesi.

Due giorni fa il Wall Street Journal denunciava come “le banche europee cercano sollievo nella contabilità”. Cioè provano a truccare i bilanci. Nel caso dell’Italia il quotidiano americano cita l’idea di rivalutare le azioni della Banca d’Italia che sono in portafoglio alle banche vigilate. Un trucchetto per farle apparire più solide. Ma all’estero non sono tutti fessi. E hanno capito che l’Italia ha due guai che finge di non vedere: il debito pubblico e la fragilità delle banche. A farne le spese sono, rispettivamente, i contribuenti tartassati e i bancari in esubero. La politica sembra aver rimosso entrambe le questioni, ben felice di occuparsi soltanto di Imu, Iva, Berlusconi e altre minuzie.

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 Il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2013