Non c’è niente di peggio di chi non capisce le metafore, di chi piega e modella le allegorie a suo uso e consumo. Dopotutto, se Gesù si esprimeva per parabole un motivo c’era, voleva che capissero tutti, anche i più semplici: il linguaggio figurato serve soprattutto a questo.

E così qui, nel mondo alla rovescia dei grandi media italiani, tutto pare girare all’incontrario. La retorica che si è spiaggiata in questo giorni intorno all’isola del Giglio dice molto sulla furbizia italiana, sul trasformare un disastro in resurrezione. Ore e ore di diretta televisiva per il raddrizzamento della Concordia, chili e chili di parole a ogni centimetro di scafo recuperato dal mare. Fino alla ciliegina sulla torta: la telefonata del presidente del Consiglio alla sala operativa, in cui parla di “orgoglio italiano” per le operazioni di recupero. Ora, naturalmente si tratta di un grande spettacolo, e c’è da festeggiare che una delle coste più belle d’Italia non sarà più lordata da un rottame che fu di lusso e che stava lì a testimonianza semigalleggiante dell’insipienza nazionale. Bene.

Però, come in ogni cosa della vita, suggerirei prudenza e una corretta lettura delle metafore. A risollevare la Concordia dalle acque lavorano 500 persone di 26 nazionalità. Dunque sull’orgoglio italiano ci sarebbe da ridire. Orgoglio mondiale andrebbe meglio, ecco. Mentre il disastro, quello sì, fu tutto italiano, dalla pratica medievale dell’inchino (l’omaggio al potente di turno), alla spacconeria cafoncella (Il sorpasso di Risi, se si vuole ricorrere al cinema), alla fuga ridicola e vile del comandante (restando al cinema: “Ve lo meritate, Alberto Sordi” , cfr. Nanni Moretti).

Dunque la corretta lettura è: noi (uno di noi) abbiamo fatto un casino inenarrabile. Loro (intesi come tecnici stranieri, esperti di ogni angolo del mondo) sono venuti a rimetterlo a posto. Del resto, è quello che ci piacerebbe accadesse per Pompei, per i Fori a Roma, per molte delle ricchezze italiane che trattiamo male e malissimo.   

Ma c’è di più. La corsa a rimirare i titanici lavori di raddrizzamento di una nave e a cercare in quel tirar di cavi una qualche consolazione alle nostre disgrazie, un’immagine di riscatto, un “orgoglio” ritrovato, denuncia in pieno il sogno italiano dello stellone, della provvidenza, del miracolo a cui aggrapparsi. Se ci pensate, è lo stesso meccanismo mentale che sostiene tutte le tesi sull’uomo della provvidenza. Ci pensa lui. Meno male che c’è. Arriva uno e dal casino totale crea l’ordine. Un abbaglio in cui il Paese cade periodicamente con la stessa stralunata fiducia, sempre dimentico che chi doveva mettere a posto i disastri con la sola imposizione delle mani (o del manganello, o della spending review) ha solo creato disastri maggiori.

Ora, allo stesso modo, ecco la retorica del miracolo italiano che si ripete per un’operazione tecnica. La metafora direbbe: visto? A provocare una tragedia immane ci vuole un minuto, mentre a rimettere le cose a posto servono mesi, lavoro, pazienza e soldi. Ecco, questo dovrebbe insegnare la metafora della Concordia a un popolo bambino. Invece no: invece la si piega come un elastico, come un chewingum per dire: “Visto, il genio degli italiani che tirano su una nave come quella?”. Una sorta di strabismo di comodo, una prospettiva sghemba. La metafora della riemersione del Paese? Sarebbe bello. I fatti, invece, dicono che sono arrivati bravi tecnici, molti stranieri, per mettere a posto un brutto pasticcio che si poteva evitare.   

Twitter: @AlRobecchi

il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2013