Con i quarti, che cominciano domani, comincia il rush finale dell’Eurobasket 2013. Indipendentemente dai contenuti tecnici specifici, non è questa la sede per trattarli, sia permessa qualche considerazione di carattere più generale.

1) Il risultato. Schiavi siam di questa meravigliosa ed irrinunciabile variabile. La cui attendibilità in una manifestazione a 24 squadre (troppissime!) che giocano a ritmo tambureggiante (troppissimo!!!) è vieppiù affievolita. Guardare gli Europei solo per sapere se l’Italia vince o meno (ed in subordine chi ha vinto al suo posto) ci priva di una delle grandi gioie della vita. Cioè vedere come e perchè si è arrivati a quel risultato,  che è la sintesi di una serie infinita di fattori. “Chi vince ha sempre ragione” è una frase che nel basket ha un fondo di verità perché il risultato è tecnicamente esatto (mica ci si può chiudere in area per 89 minuti dopo un gollonzo…). Il suo corollario però non è affatto “chi perde ha sempre torto”, già che di pareggi non ce ne sono e la più debole deve perdere per forza. Un singolo risultato non spiega mai il basket, non esaurisce la splendida dialettica di questo Gioco. A spiegarlo è invece una serie di prestazioni, che vanno investigate con attenzione e competenza. Altrimenti facciamo a un tanto al chilo, come troppe volte siamo colpevolmente abituati a fare per pigrizia.

2) Il carro. Parlo di quello dei vincitori ovviamente. L’ovvia conseguenza di quanto al punto 1 è un perenne aggiornare il proprio “giudizio” a seconda dell’ultimo risultato, dell’ultimo tiro, dell’ultima difesa. Il che è ancor più imbarazzante in una manifestazione come gli Europei, in cui sono spesso piccoli episodi a decidere. Quando si affronta questo argomento, la risposta tipica è che tanto “è uno sport nazionale”. Ora, a parte che dalla Papuasia alla Finlandia la pratica della salita/discesa dal carro è diffusissima, se anche fosse una nostra esclusiva non si potrebbe smettere? Forse abituarsi a guardare alle cose cercando di indagarne le cause senza partire dagli effetti ci aiuterebbe anche in altri campi. A meno di non volersi tenere altri “sport nazionali” che conosciamo bene …

3) L’uomo della provvidenza. Nel caso del basket è l’allenatore, più che mai se la panchina sulla quale siede è quella della Nazionale, co-gestita da parecchi altri coach da bar o spiaggia. La critica (ma che è poi ‘sta critica in realtà?) era pronta a sparare su Pianigiani dopo una preparazione fatta di ombre più che di luci. Ora basta una vittoria contro la Lituania, non impossibile partendo come outsider contro una squadra più forte, per farlo ridiventare l’infallibile che ha vinto l’89 % delle gare allenate in serie A. Ma pochissimi di quei fattori che concorrono a determinare il risultato sono interamente controllabili o influenzabili da uno staff tecnico. Che in più lavora dietro le quinte, lontano dalla “critica”. Mica vuol dire che tutti gli allenatori sono uguali o non contano alcunchè, anzi. Ma è la somma che fa il totale, sempre e comunque. Il basket, come la società umana, è uno sport di squadra. Il volerlo a tutti i costi ricondurre a schemi individuali ed individualistici è rovinoso. Quinci per cui, dividere gli allenatori in geni (quelli che han vinto ieri) e fessi (quelli che han perso oggi) è un po’ scoraggiante.

4) Il gruppo. La tipica motivazione del gruppo è negativa. Una nazionale si compatta quasi sempre nelle difficoltà e gioca spesso “contro” qualcosa o qualcuno. Chi non ricorda lo Zoff recalcitrante portavoce dell’Italia ’82 in orgoglioso e vincente silenzio-stampa contro la stampa cattiva? Quella stampa che per qualche risultato così e cosà tra preparazione e primo turno aveva parlato di contrasti nel gruppo. Cioè proprio quelli che sarebbero stati adombrati in caso di eliminazione al primo turno di Datome (è nata una stella) e soci. Anche qui: è appena ovvio che in un gruppo di lavoro di 20 o 30 persone ci siano dinamiche di confronto se non di contrasto. Quel che non è credibile è che magicamente chi perde lo faccia solo per colpa delle tensioni che l’allenatore non ha saputo gestire e chi vince abbia in panchina un Mahatma.

La morale? Diciamo già adesso “bravi” agli Azzurri senza dimenticare i loro difetti e limiti, attutiti dall’assenza di schiacciasassi tra le 24 partecipanti. Abituiamoci però a parlare più di pallacanestro e meno di fuffa. Che poi magari ci vien anche buono in altri territori …