Lo so, è l’ennesima opinione che vi tocca leggere sul programma Mission, questo misto reality-social tv in onda sulla Rai a fine anno con alcuni volti noti televisivi italiani che affiancheranno gli operatori umanitari di due importanti organizzazioni umanitarie, l’ong italiana Intersos e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel lavoro di assistenza ai rifugiati. Quest’estate si sono cimentati tutti nel commentare l’iniziativa, e dal nostro settore della cooperazione internazionale direi che i toni sono stati scettici e critici nella quasi totalità dei casi.

L’obiettivo del programma, dichiarato anche in un comunicato stampa congiunto Rai-Intersos-Unhcr, è quello di utilizzare persone che hanno grande familiarità con il pubblico delle prime serate di Rai1 per avvicinare le famiglie italiane al dramma dei rifugiati. Ambizioso, a dire poco. Per conoscere questo fenomeno, vi sono fior di documentari e reportage di Bbc, Cnn, France 24 che sanno unire informazione, emozione e sensibilizzazione. Dubito che questo esperimento della Rai sarà capace di eguagliare tali picchi qualitativi.

Se posso dare un umile suggerimento, io punterei un po’ più in basso. Chi fa il nostro mestiere ed ha passato vari anni all’estero, soprattutto in paesi in guerra o a bassissimo tasso di sviluppo, è abituato ed essere considerato dalla propria cerchia italica (famiglia, amici, ex colleghi di studio e di lavoro etc..) alternativamente come un pazzo, un santo, un eroe, o tutti e tre insieme. Chi di noi non ha provato l’esperienza ascetica di incontrare l’amica della zia che ti dice: “Mamma mia come sei bravo, rischiare la vita per aiutare quei poveri bambini in quei paesi là, dove magari non hai nemmeno l’acqua per lavarti!”.

Nell’immaginario collettivo, gli operatori umanitari schivano leoni e tigri, saltano giù da jeep in corsa per fuggire ad imboscate, passano giorni con una candela in mano e si docciano una volta a settimana. Ovvio, esiste una percentuale che conduce questa vita, ma posso assicurarvi che è decisamente esigua rispetto alla stragrande maggioranza, che svolge una vita assolutamente normale con frigo e collegamento Internet in casa.

A molti dei miei colleghi questa alea da super-eroe piace molto e non sono particolarmente disponibili a rinunciarvi. E’ la classica mentalità da circolo chiuso, solo per pochi eletti, forti e coraggiosi…una sottospecie di “casta” che in questo modo legittima la propria perpetuazione. Se invece fossimo capaci di promuovere il concetto che il lavoro umanitario è un lavoro come tanti altri, dove sono richieste specifiche competenze tecniche, gestionali, relazionali ed emozionali e non poteri magici da “Fantastici Quattro”, potremmo attirare giovani professionisti preparati, liberandoci finalmente di quella schiera di cooperanti di lungo corso che da 25 anni bighellonano per l’Africa senza apportare davvero valore aggiunto a livello lavorativo, forti del solo fatto che “conoscono il continente” ed hanno la patente certificata di pazzi o eroi, scegliete voi.

Ecco, se Mission riuscisse – attraverso i vari Emanuele Filiberto di Savoia, cantanti ed attori che partecipano – a far conoscere meglio gli operatori umanitari nei campi dei rifugiati, mostrando persone assolutamente normali che hanno compiuto una scelta lavorativa alternativa (e non migliore o peggiore) rispetto a lavorare in banca o in fabbrica, renderebbe un ottimo servizio alla comunità umanitaria, facilitando il ricambio generazionale di professionalità e competenze. E pazienza, cari colleghi, se alla prossima cena di classe degli ex compagni delle elementari non ci verrà più richiesto più intrattenere il pubblico con i vostri racconti esotici.