Sono passati sei mesi da quando è trapelata sulla stampa la notizia dell’arrivo alla Procura di Palermo della lettera anonima nella quale venivano rivelati piani omicidiari contro il Pm Nino Di Matteo e il testimone Massimo Ciancimino, oltre che verso un non meglio identificato Pm di Caltanissetta (che sembra essere stato successivamente identificato in Nico Gozzo). L’anonimo descriveva con dovizia di particolari gli spostamenti del magistrato e del figlio di don Vito, mostrando una conoscenza perfetta delle abitudini dei due, e specificando il modo con cui si era pensato di farli uccidere.

Il livello di sicurezza attorno a Nino Di Matteo è finalmente stato alzato alla sua massima capacità, gli uomini della sua scorta sono aumentati, sono stati affiancati loro le teste di cuoio, gli armamenti si sono rafforzati, è stato messo – dopo non poche sollecitazioni – il divieto di sosta in luoghi sensibili come la via di sua madre. Azioni dovute a chi sceglie di mettere in pericolo la propria vita per lo Stato e, per fortuna, messe in atto.

Eppure ci dispiace osservare che, dopo quasi 180 giorni, ancora non si è mosso un dito per dare una qualsivoglia sorta di protezione a Massimo Ciancimino. La mancata protezione di un testimone fondamentale per lo svolgimento di un processo così importante, come quello che inizierà la sua fase dibattimentale il prossimo 26 settembre, non può essere considerata altro che una grave mancanza da parte dello Stato italiano.

Sarà un processo e nient’altro a giudicare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino veritiere o mendaci ma per far sì che questo sia possibile e, di conseguenza, che si arrivi alla verità su cosa successe negli anni delle stragi, è indispensabile che questo testimone arrivi *vivo* al processo.

Chiediamo che gli organi competenti si muovano nel più breve tempo possibile, anche in vista delle annunciate dichiarazioni spontanee che Massimo Ciancimino rilascerà nella prima udienza, affinché sia assicurata una protezione decente per lui e per la sua famiglia. In virtù della sua posizione di testimone e di essere umano.

Salvatore Borsellino, Federica Fabbretti e il Movimento delle Agende Rosse