Band pressoché sconosciuta nel nostro paese, ma molto apprezzata all’estero, i Prize Day nascono sulla scia del progetto solista di Vittorio Tolomeo, una vecchia conoscenza per chi frequenta questo blog. Forte del successo di Prize Day, nel 2011, durante la fase di preproduzione del nuovo album, il rocker siciliano contatta il chitarrista Charlie Gio Cant e assieme decidono di metter su una nuova formazione, iniziano a lavorare insieme sulle nuove canzoni e dopo un paio di cambiamenti di line-up, il bassista Francesco Orlandini e il batterista Giuseppe Brambilla (aka Brambo) entrano a far parte stabilmente nel gruppo.

L’album di debutto Apps will grow like feathers, registrato a Milano e missato dal sound engineer irlandese John Grimes, vede ogni membro della band impegnato a suonare diversi strumenti cercando nuove soluzioni e suoni, sperimentando con tutti i mezzi tecnologici a disposizione. L’Ep War Zone anticipa l’uscita dell’album che avverrà nel prossimo autunno: “Avevamo richieste per suonare in Inghilterra nonostante il disco sia ancora in fase di lavorazione. Così, visto che aspettavamo il momento giusto per pubblicarlo, il booking inglese ci ha suggerito di far uscire un Ep per promuovere il tour. Oltre alla distribuzione digitale, abbiamo stampato un numero limitato di copie che abbiamo venduto ai concerti”. Abbiamo intervistato Vittorio Tolomeo per saperne di più su questo nuovo progetto e sul disco che è in uscita.

Ciao Vittorio, tu sei una nostra vecchia conoscenza: da solista adesso ti si ritrova in versione band. Come sei arrivato a questo “passaggio”?
È un piacere essere ancora presente sul tuo blog e grazie per lo spazio che dai alle nuove proposte. Il periodo in cui ho registrato e promosso il mio album solista Prize Day è durato tre anni. È stata una parentesi fantastica che mi ha permesso di fare ascoltare la mia musica in tanti paesi e mi ha fatto maturare molto, artisticamente e umanamente. L’input per riformare una band era arrivato dal manager americano Bruce Replogle che mi seguiva in quegli anni. Diceva che quando ascoltava le mie canzoni gli sembrava di ascoltare una band. Effettivamente era così. I miei trascorsi in diversi gruppi mi avevano portato a sviluppare un sound che dava quell’impressione. Così, mentre scrivevo le canzoni del mio secondo album, ho deciso che dovevano essere le canzoni del primo album dei Prizeday! Diciamo che sentivo di nuovo l’esigenza di stare in mezzo alle complicate dinamiche di una rock band. Se il rapportarsi tra i componenti va oltre gli scazzi inevitabili e diventa produttivo, puo’ portare davvero a sentirsi parte di qualcosa, a rappresentare qualcosa, a esprimere qualcosa. Le idee, le speranze, le convinzioni e le contraddizioni dei singoli individui al servizio dei tre/quattro minuti di un brano sono sempre un evento magico.

Da un po’ di tempo è anche uscito il vostro disco, mi racconti come è nato, come si svilupperà il vostro progetto?
È uscito il nostro Ep di debutto War Zone. Il disco lo pubblicheremo all’inizio dell’anno prossimo. Si intitola Apps will grow like feathers. Il disco è nato abbastanza velocemente a livello compositivo. Poi c’è stato un lungo lavoro di preproduzione che ha definito il sound. Tanto è vero che moltissime registrazioni di quel periodo sono finite sul disco. Vedi chitarre, voci, synth, loop. Questi ultimi due elementi ci hanno portato in un territorio di elettronica minimale, fondamentale per la ritmica, che hanno dato una svolta decisiva e sono parti importanti e portanti delle canzoni. Infatti le usiamo anche dal vivo. Siamo una rock band a cui piace mescolare le carte… quindi sentirete anche tante chitarre! Il nostro sound lo definirei come ‘feeling umano incastrato nell’electro’.

Quali sono le tematiche che vi stanno particolarmente a cuore e com’è che cercate di trasporle nel vostro lavoro?
Per almeno metà del disco ci sono due tematiche che prevalgono e s’incrociano. Guerra e tecnologia. Quando ho cominciato a scrivere le canzoni del disco, nel 2011, avevo letto che era stato l’anno col numero più elevato di guerre mai registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale. E allo stesso tempo notavo come ormai le guerre sono influenzate dalla tecnologia, da internet e quindi dai social networks. Non voglio dire che è un disco politico o che siamo una band impegnata politicamente o aspiriamo a esserlo, solo che lo stato d’animo durante la scrittura era influenzato da tutta questa atmosfera pesante e cupa, che abbiamo cercato di trasporre in musica reagendo in modo positivo, ottimistico. È un disco positivo. La musica è anche questo. Energia catartica che in pochi minuti di canzone annienta le negatività. Ci sono anche deviazioni ‘romantiche’ come Punk singer for a night in Berlin o Cross of summer light, surreali come Fight or flight o il grido di un amico tradito in I hate x factor. È un disco che, cromaticamente parlando, parte dal blu scuro per sfociare nel rosso o nel giallo.

Qual è il genere a cui vi sentite maggiormente legati?
Più che a un genere, direi che ci sentiamo legati alle attitudini e a certi periodi storici degli artisti che amiamo. Durante la lavorazione del disco ci sentivamo molto legati al periodo della trilogia berlinese di David Bowie, ai Suicide del primo e omonimo album e ai Clash di Sandinista.

Quali sono i vostri prossimi progetti?
Ovviamente l’uscita dell’album e la diffusione del cortometraggio all’inizio dell’anno prossimo sono i progetti su cui stiamo lavorando molto. I tour promozionali che faremo saranno in diversi paesi europei. Germania, Svizzera, Austria, Belgio e Regno Unito. Speriamo anche in Italia. Finora gli addetti ai lavori che hanno ascoltato il lavoro finito ci hanno detto che ha una dimensione internazionale e quindi è difficile lavorarci su. Chissà, prima o poi ce la faremo a suonare anche in Italia! Nel frattempo abbiamo presentato a Cannes il cortometraggio War Zone prodotto da noi e dal regista Marco Marchesi che include cinque canzoni dell’album. È stato accolto molto positivamente e ci fa sperare in bene per i prossimi festival in cui sarà presentato. Sarà in circolazione in contemporanea all’uscita del disco. A Londra, invece, abbiamo fatto sette date. In generale l’accoglienza è stata sempre ottima. A testimonianza del fatto che il pubblico vuole farsi coinvolgere dalla musica e non si fa condizionare dalla provenienza della band. Non abbiamo nessun timore reverenziale, ma il punto è che non andiamo lì per confrontarci con le band inglesi, non è una partita di calcio. Non è uno scontro, è un incontro con le persone. Abbiamo avuto l’opportunità di cominciare dal Regno Unito per promuovere la nostra musica e ne siamo orgogliosi. A ottobre ci sarà la terza tranche. Apriremo anche i concerti di un artista inglese ancora molto seguito, Arthur Brown, che molti ricorderanno con l’hit Fire o per la sua presenza in Tommy degli Who. E suoneremo a Liverpool per la prima volta. Molto emozionante per ovvi motivi sentimentali legati ai Fab Four!