Zindabad Afghanistan” hanno intonato i tifosi afgani nel festeggiare la storica vittoria per 2-0 contro l’India nella finale della coppa dell’Asia meridionale, disputata a Kathmandu in Nepal. Un augurio di lunga vita al Paese. Per gli afgani è stato un momento di unità. Questa è l’opinione più diffusa nei resoconti dei caroselli che mercoledì hanno accolto il primo trionfo calcistico a livello internazionale. Festeggiamenti accompagnati anche da qualche scarica di mitra, sottolineano le cronache di al Jazeera. Almeno per un giorno il Paese “si è trasformato in un luogo felice”, scrive l’Afghanistan Analysts Network, che ricorda come non si sia trattato di un fenomeno circoscritto alla sola Kabul, ma diffuso ovunque. Persino a Ghazni, a est, dove il giorno prima un ordigno improvvisato aveva fatto otto morti, il centro della città era invaso dai festeggiamenti, sottolinea l’AAN.

Le vittime di Ghazni erano civili che vanno ad aggiungersi al computo delle morti stilato nell’ultimo documento della missione Onu, Unama, secondo cui le vittime civili nei primi sei mesi del 2013 sono aumentate del 23 per cento. Oggi invece botti e raffiche sono state di diverso tipo. Non di festa per il pallone, ma quelli dell’attacco dei talebani contro i consolato statunitense di Herat, nell’ovest del Paese. Il bilancio di quello che è stato descritto come un attacco complesso, iniziato con un’esplosione davanti all’ingresso del complesso e proseguito con scontri a fuoco, è stato di almeno due guardie morte, assieme a sette ribelli, e 19 feriti.

Ma per una sera, e per le ventiquattro ore successive, gli afgani sembrano aver messo da parte 12 anni di conflitto, mentre si preparano al ritiro delle truppe combattenti internazionali nel 2014, con la sicurezza passata i mano alla polizia e all’esercito locali e mentre non sono ancora chiari i termini con cui soldati Usa e di altre nazioni, tra cui l’Italia, resteranno sul terreno per dare loro addestramento e sostegno. Per i tifosi quella di mercoledì 11 settembre è stata la vittoria del travagliato Paese contro la grande potenza nonché terza economia asiatica, sebbene ora in affanno. Tanto più che in testa è ancora fresco il ricordo del 4-0 con cui l’India liquidò i Leoni del Khorasan nel 2011.

La coppa ha permesso alla nazionale afgana di fare un salto di sette posizioni nella classifica Fifa: ora è 132esima. Il ritorno dal Nepal è stato salutato da una folla di 20mila persona. Gli “eroi” come li ha definiti l’emittente Tolo News, sono stati accolti dal presidente, Hamid Karzai, giunto quasi alla fine del proprio mandato. Le elezioni per il capo di Stato sono in agenda il prossimo anno e da lunedì si potrà iniziare a registrare le candidature, su cui ancora non c’è chiarezza. Il successo nella coppa dell’Asia meridionale è stata per la stampa occasione di ricordare la storia del calcio afgano. Iniziata negli anni Venti del secolo scorso, su impulso degli allenatori stranieri con gli alunni che davano i primi calci al pallone nelle scuole, ha avuto una nuova fiammata verso gli anni Quaranta, culminata con l’ingresso nella Federazione internazionale, datato 1948. Negli anni dell’occupazione sovietica e dalla guerra civile il movimento calcistico afgano segnò il passo. Non si ebbero partite internazionali tra il 1984 e il 2002. Durante gli anni del potere talebano non mancarono i match, con gli stati tramutati tuttavia in teatro di esecuzioni tra un tempo e l’altro. “La cosa non incoraggerà certo la comunità internazionale a destinare altri fondi a progetti di aiuto per l’Afghanistan. Come potremo spiegare l’uso che i talebani fanno dello stadio che abbiamo ristrutturato”, è la domanda che un cooperante rivolse anni fa al giornalista pachistano Ahmed Rashid in visita nel Paese per capire chi fossero i turbanti neri che avevano preso il potere, come riporta lui stesso nel libro Talebani. Caduto il regime, il 2003 segnò il ritorno della nazionale afgana sul palcoscenico internazionale. Anche allora fu la coppa dell’Asia meridionale.

di Andrea Pira