“La mortalità infantile nel mondo si è quasi dimezzata dal 1990, mentre 18.000 bambini sotto i cinque anni continuano ancora a morire ogni giorno”. Sono i dati di un rapporto delle Nazioni unite pubblicato oggi sull’argomento. “Tra il 1990 e il 2012 il numero di decessi infantili (ossia di bambini sotto 5 anni) è passato da 12,6 a 6,6 milioni nel mondo”, si legge nello studio realizzato in collaborazione con l’Unicef, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e la Banca mondiale. Secondo il documento, questa tendenza riflette “progressi sostanziali” verso una riduzione di due terzi della mortalità infantile entro il 2015. Si tratta di uno degli otto obiettivi di sviluppo del millennio fissati dalla comunità internazionale nel 2000.

“Questa tendenza è positiva. Milioni di vite sono state salvate”, afferma Anthony Lake, Direttore generale dell’Unicef . Ma per fare ancora meglio, spiega, è necessario utilizzare “misure semplici che molti paesi hanno già messo in atto”. Importante è agire “con molta più urgenza” per sconfiggere le principali cause della mortalità infantile rappresentate da  “malattie prevenibili e curabili”.  Tra queste c’è la polmonite (17% dei casi), seguita da complicanze legate alle nascite premature (15%), quelle legate al parto (10%) e alla diarrea (9%). Nel complesso, il 45% dei decessi prima dei 5 anni sono attribuibili a malnutrizione

La metà di tutte le morti infantili nel mondo è concentrata in cinque Paesi (India, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Pakistan e Cina), con India e Nigeria che da sole ne contano un terzo. L’Africa sub-sahariana rimane una delle regioni che mostra i minori progressi nella riduzione della mortalità neonatale (entro il primo mese di vita). Un bambino nato nell’Africa sub-sahariana corre un rischio 16 volte maggiore di morire prima del suo quinto compleanno di un bambino nato in un paese ad alto reddito. Tuttavia, la regione ha registrato una notevole accelerazione nel suo progresso, con un tasso annuale di riduzione delle morti cresciute dallo 0,8 % nel periodo 1990-1995 al 4,1% nel 2005-2012.

Le vite della maggior parte di questi bambini, rileva il rapporto, potrebbero essere salvate se avessero accesso ad alcuni servizi di assistenza sanitaria di base, quella durante e dopo il parto; farmaci a basso costo come gli antibiotici, e l’esclusivo allattamento al seno per i primi sei mesi di vita. Ma, sempre secondo il documento, mentre a livello globale il tasso medio annuale di riduzione della mortalità dei bambini sotto i cinque anni è cresciuto dal 1,2% l’anno per il periodo 1990-1995 al 3,9% per il periodo 2005-2012, esso rimane insufficiente per raggiungere uno dei cosiddetti “obiettivi di sviluppo del millennio”. I neonati sono particolarmente a rischio: “La metà di tutte le morti neonatali si verificano entro il primo giorno”, dice Margaret Chan, direttore generale dell’Oms.  E aggiunge: “La cura della madre e del bambino, nelle prime 24 ore di vita dalla nascita, è fondamentale per la salute e il benessere di entrambi”. 

A livello globale e nei singoli paesi, rimarca il rapporto dell’Unicef, è in atto una serie di iniziative volta a migliorare l’accesso alle cure della salute materna e infantile, come ispirato dal Segretario generale delle Nazioni unite che ha ampiamente approvato la Strategia globale per la salute delle donne e dei bambini. Piano, questo, che si propone di salvare 16 milioni di vite entro il 2015 attraverso un approccio del “continuum di cure”. “Le partnership globali per accelerare ulteriormente la riduzione della mortalità dei bambini sotto i cinque anni a livello globale e nell’Africa sub-sahariana sono essenziali”, dice Wu Hongbo, il sottosegretario generale per gli Affari economici e sociali delle Nazioni unite. E specifica: “A questo proposito, è fondamentale che i governi nazionali e i partner per lo sviluppo raddoppino gli impegni fino alla fine del 2015 e oltre”.