Il paese non cambia. Oggi è stato il mio diciottesimo primo giorno di scuola, tutto come sempre. Temo non in meglio, forse in peggio, siamo fermi, drammaticamente fermi. Non si va avanti. L’Italia di questo 2013, per chi l’ha vissuta e la ricorda, è quella di trenta anni fa. Nel frattempo sono successe un po’ di cose, nel mondo molti poveri sono diventati ricchi (la Cina), alcuni ricchi sono diventati poveri (l’Italia). Si è diffusa una cosetta chiamata Internet e siamo diventati tutti digitali. Da noi invece no, le stesse facce, gli stessi problemi di sempre. È vero Craxi, De Mita e la sua compagnia di giro non ci sono più. Però abbiamo avuto un mese di B. e delle sue condanne sulle prime pagine dei giornali. Gli eredi legittimi. Giuliano Amato alla Consulta. Gli italiani amano le persistenze.

Non dico che dovremmo fare la rivoluzione. Non ne siamo capaci e potremmo farci del male, con risultati scarsi. Ma cambiare qualcosa si potrebbe. O perlomeno incominciare a pensare che il cambiamento è buono e necessario, quello delle persone è già avvenuto – basta osservare i giovani. Poi purtroppo, c’è la conservazione della specie. La persistenza al primo posto, numero due l’adattamento. L’adattamento alle vecchie abitudini. I giovani che vedo nelle aule universitarie partono con grandi propositi e grandi aspirazioni, ma alla prima (dura) prova tornano nei ranghi, riprendono a fare quello che (di brutto) fanno da tempo i loro padri.

Ho sempre pensato che le leggi non influiscano più di tanto sulle persone. Almeno non quanto le persone influiscono sulle leggi. Per questo lascerei stare la Costituzione. Perché in un sistema che ha molte variabili, alcune devono essere fisse, altrimenti i fattori casuali sono troppi. Però un pensierino a qualche istituzione italiana, che deve essere riformata, ce lo farei.

La Scuola e l’Università vengono da anni di traumi, di sconvolgimenti ideologici e infruttuosi, anzi distruttivi, non le toccherei; bisogna dar loro solo più mezzi, molti di più perché tutto il mondo ha capito da anni che gli investimenti più fruttosi sono nell’educazione. Rende molto di più spendere nelle scuole che non nelle fabbriche. Le buone fabbriche sono conseguenza delle buone scuole e non viceversa.

La Difesa, ad esempio, è un settore che va ripensato completamente, senza ipocrisie. Così come è oggi non serve a nulla, è solo una fonte di spese pazzesche e ingiustificabili. È un’ipocrisia istituzionale. Gli eserciti servono per fare le guerre, possibilmente di difesa, ma servono solo per la guerra, non per i giochetti in cortile. Non per assecondare politiche espansionistiche mascherate da peacekeeping. Perdi più sulla pelle di ragazzotti in cerca di primo impiego. L’esercito serve solo se è di popolo. Solo il popolo ha diritto di essere armato. L’esercito serve solo se svolge una funzione di crescita della consapevolezza civile dei cittadini. L’esercito può servire all’economia, con i suoi investimenti nell’altissima tecnologia. Ma è già un altro discorso. Insomma altro che F35. Va ripensato tutto il sistema della Difesa in Italia e se c’è da risparmiare, non ci sono motivi per non considerare la soppressione di ogni spesa militare.

Poi, pescando a caso, c’è la Banca d’Italia. La sua esistenza, il suo costo si legittima solo se può svolgere vera attività ispettiva sul sistema bancario, garantendo efficienza e sicurezza ai cittadini e al paese. Già da tempo non stampa più monete. Ora finalmente – già prima lo faceva poco, ma non per motivi ufficialmente prescritti dalle leggi – non controlla più nemmeno le banche, perché l’Europa ha deciso che l’attività ispettiva sarà svolta dalla Bce. Chiudiamo la Banca d’Italia e trasformiamola in un centro di ricerca indipendente. Perché no?

Potremmo parlare del sistema sanitario. Potremmo discutere del fisco. Posto che vai, tema che tocchi, l’Italia è un campionario di antichità inefficienti, prive di valore artistico e che servono solo a conservare vecchi privilegi. Ma che non vogliamo cambiare.  Continuiamo a vivere in un sistema troppo vecchio per avere un futuro. Ma chi se ne importa?