Il Daily Mail di qualche giorno fa ha riportato una notizia oltremodo spassosa. Una fisioterapista 40enne di Melbourne di nome Catherine compra una gonna Prada da sfoggiare a una festa. La paga la bellezza di 1600 euro. Senonché durante l’evento un bicchiere di champagne le si rovescia addosso ed ecco una grossa chiazza proprio sulla gonna. Poiché la macchia risulta indelebile, la donna si indigna e va dal suo avvocato. Decide di fare causa a Prada e la vince, alla fine ottiene il risarcimento dell’intero costo del capo.

Immagino la reazione della cliente imbufalita: “ma come? 1600 euro una gonna, un autentico made in Italy e alla fine si macchia come tutte le altre! Ma allora è una truffa!”. E come darle torto! A fronte di una tale cifra, nemmeno la genialità di un tessuto resistente alle macchie! Un piccolo accadimento che sgretola, almeno ai miei occhi, tutta l’idolatria che c’è attorno ai capi di moda e li rivela per quello che sono: stoffa che si macchia, vestiti che si strappano come tutti gli altri. Anzi addirittura più di tutti gli altri, se è vero che anche dell’acqua avrebbe potuto macchiarla per sempre.

Mi chiedo: che avrebbe risposto il giudice se la cliente avesse comprato una gonna da Zara per 60 euro? Le avrebbe detto: “guardi, lasci perdere, la prossima volta stia più attenta a non rovesciarsi il bicchiere addosso”. Perché qui invece impone il risarcimento? La decisione è rivelatrice perché è in discussione il motivo, la ricerca di ragioni vere per le quali il capo di Prada costa 1600 euro. E di fatto non se ne trovano. Salvo il prestigio del marchio e una pregevole fattura che poteva giustificare un prezzo non superiore alle 200 euro. La decisione attesta l’abuso sul prezzo e rivela la natura dell’oggetto. Ecco di cosa stiamo parlando: fino a un’attimo prima la donna si aggirava fiera e convinta (nella sua testa) di indossare un’Opera d’Arte, poi la realtà ha fatto la sua irruzione sotto forma di macchia: ecco, la sera stessa quell’opera valeva poco più che uno straccio.

Come sempre la questione centrale non è il mercato del lusso, che si autoregola, ma la cultura dell’effimero, dell’immagine che guida settori come la moda. Basta una macchia e Catherine si accorge di aver comprato solo una gonna e non un capolavoro da conservare sotto chiave, e forse si è sentita un po’ ingenua per quell’acquisto. Non si può caricare di illusioni un pezzo di stoffa cucito, quel tempo è scomparso ed  è ora che una gonna ridiventi una gonna, magari ben fatta, ma nulla più. Sarà dura accettarlo qui in Italia ma il mondo delle griffe è potuto prosperare solo grazie a debito pubblico, inflazione e periodiche svalutazioni. Il fashion system per come l’abbiamo conosciuto non può più reggere di fronte alla concretezza del mondo attuale, che impone si guardi alla funzione e allo scopo per cui un oggetto viene prodotto. Il futuro è nelle mani di chi risponde a bisogni reali non di chi alimenta sogni effimeri.