La non decadenza di B. grazie al peggiore repertorio azzeccagarbugliesco con cui in commissione viene  procrastinata la votazione perché il tempo che passa favorisce opacità, disinformazione  e ulteriore abbruttimento, si intreccia in queste ore con l’ok in commissione Giustizia al Senato del ddl Nitto Palma, un’intimidazione programmata ed ostentata nei confronti dei magistrati.

La coincidenza, forse puramente temporale, rende perfettamente l’idea del progetto che si sta compiendo a coronamento di un ventennio di guerra alla legalità e al principio di uguaglianza davanti alla legge.  

Probabilmente non c’è nemmeno troppo di cui stupirsi perché rientra nella logica progressione della forzatura alle regole, della scomparsa dei fatti e della negazione metodica della verità che la inevitabile fine politica di B., nonostante la rete protettiva predisposta ai massimi livelli, avvenga all’insegna dell’opacità  e delle procedure piegate alla “ragion di stato” delle larghe intese.

Dalle eccezioni di incostituzionalità sulla legge Severino votata in blocco dal Pdl meno di un anno fa, declinate per tutti i gusti come in menù à la carte dal relatore Augello, si è passati alle meno impegnative questioni preliminari  per arrivare al voto non sulla decadenza bensì sulla convalida dell’elezione del senatore Berlusconi.  

I cittadini hanno ormai abbastanza chiaro che la data del voto finale in commissione prospettata dal presidente della giunta, “giudice di ultima istanza” secondo il relatore Augello e giureconsulti arcoriani,  per il 19 settembre è più che mai aleatoria ed ancora di più lo è quella del 10 ottobre per il voto in aula.

Intanto nelle more della decadenza del condannato inamovibile,  in commissione giustizia al Senato è passato, con il voto contrario di Pd e M5s, il ddl a firma Nitto Palmache porta a buon fine precedenti tentativi di perseguire disciplinarmente i magistrati che esprimendo in un ambito pubblico un loro convincimento non appaiano” sufficientemente sereni ed equanimi.

Sotto il titolo “disposizioni in materia di responsabilità disciplinare e trasferimento d’ufficio” si prevede che bastino dichiarazioni, oltre a comportamenti,  “idonee a compromettere indipendenza imparzialità e terzietà anche sotto il profilo dell’apparenza”  a far scattare il procedimento disciplinare con effetti dirompenti: il processo passa nelle mani del ministro della giustizia e del procuratore generale della Cassazione e viene sospeso per sei mesi; la sanzione può essere anche il trasferimento d’ufficio.

Insomma si realizza il sogno cullato dal ’92 in poi da ogni potente caduto nelle spire della magistratura “uscita dal recinto” di sbarazzarsi del proprio giudice naturale precostituito per legge previsto dalla Costituzione,  sulla base di fattispecie generiche e con una manifesta lesione della libertà di espressione, diritto di cui godono ex art. 21 anche i disprezzati “vincitori di un concorso”.

In commissione il Pd ha votato contro al ddl dell’ex ministro della Giustizia legato da un rapporto ininterrotto con Cesare Previti, insieme al M5S, e questo fronte contro una misura da lungo accarezzata ma che sembra anche una perfetta ritorsione contro il giudice Esposito ha già suscitato apprensione tra i partner pidiellini.

Non ci vuole una malizia andreottiana nel prevedere cosa potrebbe succedere, con l’aria che tira e con l’allergia diffusa anche in casa Pd e nel Psi (per quello che conta)  nei confronti della solerzia della magistratura, come hanno dimostrato le uscite di Violante e Buemi (eletto nelle liste dei democratici) sulla “fretta” di far fuori Berlusconi e di far cadere il governo. Soprattutto quando in aula si voterà  probabilmente a scrutinio segreto sulla decadenza e più che certamente sul “ddl anti-Esposito”.