Confesso che non conoscevo Ernesto Preatoni fino a quando, qualche giorno fa, un mio amico non mi ha segnalato una sua intervista rilasciata a La Stampa il 19 agosto scorso, in cui egli si lamenta del fatto che “qui (inteso come “Italia”) non nascerà mai alcuna Sharm (intesa come Sharm el-Sheikh”): lì posso costruire attaccato al mare”. Il succo del discorso di Preatoni è che in alcune località del globo si può costruire sulle coste, ed egli lo fece creando Sharm el-Sheikh, mentre in altre non lo si può fare perché purtroppo ci sono dei limiti legali che lo impediscono. Ed a nessuno interessa avere una casa “a due chilometri dalla costa”. Per questo lui non investe in Italia e per questo l’Aga Khan non ha ulteriormente espanso il suo dominio.

A seguito dell’intervista, la Federazione Nazionale Pro Natura ha inviato una lettera al quotidiano per ribattere dal punto di vista ambientale alle affermazioni di Preatoni, e la lettera non è stata pubblicata. Ma non voglio qui soffermarmi né sugli aspetti di carattere ambientale né sulla politica del quotidiano torinese.

Voglio invece soffermarmi sugli aspetti di carattere psicologico che regolano negli uomini il fare certe cose. Sul sito di Preatoni si legge “E’ la fine del 1991: Ernesto Preatoni visita l’area del Mar Rosso e resta rapito dal fascino di Sharm el-Sheikh”. Preatoni, in pratica, vide in quella immensa distesa di sabbia in riva allo splendido Mar Rosso una ineguagliabile occasione per farci dei soldi. Già me lo immagino con la tuba in testa e le sembianze di Zio Paperone che vede il flusso enorme di denaro che arriva nelle sue tasche. Ecco, è proprio questo che non riesco a comprendere. Come sia possibile vedere uno spettacolo magnifico della natura e pensare di modificarlo a fini economici.

Possibile che le motivazioni economiche riescano a prevalere sull’apprezzamento del valore estetico di ciò che stiamo ammirando fino al punto di concepire di modificarlo per sempre? E’ sano questo atteggiamento?  A me sembra che il capitalismo abbia modificato nel profondo l’anima di buona parte della gente fino a snaturarla. E non parlo solo di chi realizza le opere, ma anche di coloro che poi le acquistano.

Del resto, se ben ci pensate, questo atteggiamento si riflette anche nel linguaggio. Quante volte sentiamo dire che una certa zona è bella e bisognerebbe “valorizzarla”? Il termine “valorizzazione” non vuole giust’appunto significare costruire in modo da mettere a reddito quella zona? Quasi che se rimane solo bella naturalmente, valore essa non ne ha. In pratica si ritiene che il costruire case, infrastrutture, dia un valore aggiunto al bene così modificato, e non già che lo rovini per sempre.

Il dio denaro sembra riuscito nella pur ardua impresa di modificare il nostro concetto di bellezza. Un posto è bello, ma se vi si costruisce lo diventa ancora di più. Così ragionando, nulla vieterebbe allora di realizzare dei condomini ai piedi di El Capitan, nella Yosemite Valley, oppure un villaggio turistico a Cala Reale, all’Asinara, di cui parlavo nel precedente post. Del resto, Preatoni cita come turismo ben riuscito Dubai, e depreca Taormina, dove ci sarebbe troppo poco.

Scusatemi, non è la prima volta che mi soffermo sul concetto di bellezza. Ma purtroppo vedo che essa sta scomparendo non solo nella realtà, ma appunto anche nella comune sensibilità. Preatoni non è ovviamente un quid unicum. Anzi. Lui fa l’imprenditore, ed ha almeno la “scusante” che l’alterazione della bellezza gli gonfia le tasche, ma i nostri politici, che hanno permesso e continuano a permettere che tutto ciò avvenga? Che la “grande bellezza” scompaia? A loro in tasca non ne viene nulla (almeno, non dovrebbe), eppure legiferano, od autorizzano in modo da farla scomparire. Ripeto: è sano tutto questo?