“L’istruzione riparte” è il titolo suggestivo e ad effetto che – come è ormai tradizione – il Governo ha dato al pacchetto di misure in materia di scuola, approvato lo scorso 9 novembre dal Consiglio dei Ministri.

Si tratta – val la pena dirlo subito per evitare ogni equivoco e polemica – di un’iniziativa largamente condivisibile che ha il duplice pregio di porre, finalmente, la scuola tra le priorità dell’azione di governo per il rilancio del Paese e di mettere concretamente [n.d.r. per capire quanto concretamente occorrerà, tuttavia, attendere di leggere il testo dei provvedimenti senza fermarsi alle presentazioni alla stampa] sul tavolo centinaia di milioni di euro da investire nel pianeta scuola.

C’è però un “ma” importante che non sarebbe onesto tacere.

Al di là di una “spolveratina” di parole, sparse nelle presentazioni ufficiali dell’iniziativa, quest’ultima sembra decisamente miope in termini di investimento – progettuale e concettuale più che economico – sul futuro e sul digitale.

L’unica volta che la parola “elettronico” compare nella presentazione del provvedimento che, d’altra parte, si apre con una significativa – sotto tale profilo – immagine di una pila di libri di carta è a proposito dell’introdotto divieto di utilizzo delle sigarette elettroniche a scuola.

Per il resto le due uniche voci – almeno a giudicare dalla presentazione dell’iniziativa ed in attesa di esaminarne il teso – che guardano al futuro in digitale della scuola italiana sono quelle relative ad un investimento di 15 milioni di euro per dotare di wireless [n.d.r. non è chiaro da usare come] le scuole secondarie e di un altro da 8 milioni di euro per l’acquisto di libri di carta e di e-book – non è affatto chiaro in quale percentuale – per gli studenti che ne abbiano bisogno.

L’idea complessiva che esce dalla presentazione dell’iniziativa è, dunque, che il Governo sia convinto che la scuola italiana e, con essa, il Paese possa ripartire – per usare l’espressione che campeggia nel titolo del disegno di legge – senza un massiccio investimento nel digitale e nelle nuove tecnologie.

Sembra, sfortunatamente, un’idea coerente con la convinzione che deve aver ispirato lo stesso Governo, subito prima dell’estate, a bloccare la programmata progressiva introduzione dei libri elettronici nelle scuole ed a rinviare l’avvio del progetto – salvo imprevisti – all’anno scolastico 2014-2015, accumulando così un ulteriore ritardo rispetto al resto d’europa ed al resto del mondo.

Questa era la richiesta degli editori dei libri scolastici di carta che, per ottenere il risultato, avevano addirittura trascinato il Ministero davanti ai giudici amministrativi e, questa, purtroppo, è stata la risposta del Ministero dell’Istruzione. Una “stecca analogica”, una nota stonata in un bel progetto – per quanto si capisce sin qui – di rilancio della scuola italiana.

Peccato perché, come lo stesso Governo sembra aver ben compreso, la strada che porta il Paese fuori dalla crisi passa inesorabilmente dalla educazione e formazione delle nuove generazioni, generazioni che non possiamo permetterci il lusso di “perdere” come accaduto – secondo alcuni – con molte delle precedenti e sulle quali, al contrario, dobbiamo scommettere perché ci trainino fuori dal pantano, non solo finanziario, nel quale continuiamo ad annaspare.

Con tutti i limiti di un esempio imperfetto per l’evidente diversità tra i due Paesi, la misura della miopia che sembra aver ispirato – almeno dall’angolo visuale del digitale – il pacchetto di interventi del Governo sulla scuola, si coglie in modo straordinariamente incisivo se si guarda al progetto CEIBAL – il progetto di inclusione tecnologica e sociale, lanciato nel 2007 in Uruguay e nell’ambito del quale si è progressivamente proceduto a distribuire un pc – siamo ora alla volta dei tablet – ad ogni studente ed insegnante di tutte le scuole di ogni ordine e grado ma, soprattutto, ad utilizzare le scuole come fornitori di risorse di connettività pubblica [n.d.r. e gratuita] nell’ambito delle diverse comunità territoriali nelle quali sono inserite ed a porre a disposizione di tutti gli studenti un enorme biblioteca di libri elettronici previo raggiungimento di un accordo tra lo Stato e gli editori per la licenza dei necessari diritti d’autore.

Il progetto ha avuto, sin qui, un tale successo che la banca mondiale degli investimenti, negli ultimi anni, ha finanziato decine di “viaggi di studio” per i governi di diversi Paesi perché le competenti Autorità nazionali potessero far tesoro dell’esperienza dell’Uruguay.

Forse – e dobbiamo augurarcelo – la scuola italiana ripartirà comunque grazie al recente intervento del Governo ma sembra fuor di dubbio che con un po’ di digitale in più sarebbe ripartita prima e sarebbe certamente andata più lontano.