Questi 20 anni di berlusconismo che stiamo ancora vivendo hanno radicalmente cambiato l’identità e alcuni punti di riferimento della sinistra e della destra italiana. Sono stati in grado di ricalibrare i concetti e i principi modificandone le parole e le appartenenze politiche.

Soprattutto a destra sono stati capaci di riplasmare e riutilizzare inconsciamente alcune idee legate al filone della sinistra extraparlamentare come se fossero un patrimonio legato alla propria storia politica. C’è stato questo scambio di vedute, a mio avviso inconscio, né voluto né desiderato, che ha generato ancora più confusione nell’interpretazione, da parte delle persone, del momento storico che stiamo vivendo.

Ora come non mai questo inizio secolo è contraddistinto da un’estrema confusione identitaria tra destra e sinistra, i vecchi canoni che utilizzavamo per valutare, analizzare e interpretare il mondo o sono morti o stanno morendo. Le idee ottocentesche che alcuni hanno utilizzato per anni come mezzo per interpretare la società, i cambiamenti e la stratificazione sociale, ormai non esistono più, o quanto meno, si stanno frantumando.

Insieme a questi cambiamenti, però, ce ne sono stati alcuni più concreti e sconcertanti riguardanti il sistema di riferimento della destra italiana. Qui di seguito ho provato a ragionare brevemente su tre tematiche ad ampio raggio (ma la lista sarebbe veramente lunghissima): il rapporto con la magistratura, i comportamenti individuali e sociali e la paura per una deriva autoritaria dello Stato.

L‘attacco alla magistratura è sempre stato legato a una tipologia di lotta politica legata ai gruppi extraparlamentari degli anni Settanta che vide, dal mio punto di vista, il culmine nel folle omicidio del magistrato Emilio Alessandrini (colui che scagionò gli anarchici da Piazza Fontana e incriminò i terroristi Franco Freda e Giovanni Ventura appartenenti alla destra eversiva), da parte dell’organizzazione armata Prima Linea. I tempi sono cambiati ovviamente, la lotta armata non esiste più e indubbiamente lo società si è radicalmente modificata. Rimane però una sorta di volontà di attacco alla magistratura, come un blob sotterraneo, che in questi anni è diventato il fiore all’occhiello della propaganda della destra italiana di governo. Le dinamiche sono simili, appena un esponente politico rischia il carcere o viene indagato, si grida immediatamente al complotto della magistratura. Cambia solo il colore di quest’ultima: se negli anni Settanta era considerata nera, oggi è considerata rossa, ma le dinamiche sono le stesse. Che poi la magistratura abbia molto potere e a volte lo usi male, è un dato di fatto che però non affronterò in questo intervento.

Un altro aspetto che può essere analizzato, sono i comportamenti individuali e sociali, gli usi e i costumi. Se in generale la sinistra, e in particolar modo quella extraparlamentare, è sempre stata più sensibile alle problematiche legate al mondo della sessualità (basti pensare al lavoro che fecero molti gruppi sulle identità di genere e sul copro, soprattutto per la donna, fu una vera e propria lezione di avanguardia educativa), e in generale si pose da sempre conto il pudore di matrice religiosa visto come il più coriaceo deterrente della rivoluzione sessuale.

Oggi però è proprio il macrocosmo della sinistra che, pur di attaccare la destra nella figura Berlusconi, si immola a tutela della moralità, risultando bacchettona e additando il libertinaggio e non il libertino, cioè additando l’atteggiamento e non il colpevole dell’atteggiamento, alla luce anche del ruolo politico e sociale da lui ricoperto. Che a destra il libertinaggio sessuale sia diventato loro patrimonio identitario, considerando anche la loro simpatia nei confronti della famiglia tradizionale e per i valori statici e conservatori, lo escludo totalmente, semplicemente è una momentanea simpatia di calcolo e nulla più.

Però da un punto di vista estetico e dal punto di vista delle persone che subiscono la vita politica di questo paese, perché casomai hanno meno difese culturali ( e non è di certo una scusante ma solo un dato di fatto), un atteggiamento così egocentrico e sessualmente ammiccante gioca un ruolo determinate nella costruzione sociale (e politica) e nella coscienza giudicante (e politica) di un individuo. Ovviamente a destra non c’è niente di vero in quello che fanno, cioè nel difendere i comportamenti libertini in ambito sessuale, tant’è che appena possono trattano l’omosessualità come una malattia: l’atto di libertinaggio è usato solo a fini propagandistici, e nulla più.

Infine c’è la paura per una svolta autoritaria indicata recentemente dalla destra italiana nel timore dell’avvento di uno Stato di polizia che, alla luce di quello che è stato negli anni passati il legame tra destra, polizia, massoneria e servizi segreti, non può far altro che sorridere. Basti pensare al comportamento tenuto di recente da una fetta importante della polizia a partire dai fatti di Genova 2001 (Giuliani, Diaz e Bolzaneto) fino a casa di omicidi a persone indifese e isolate (Aldrovandi) e un’insensata violenza contro i manifestanti, fino alla militarizzazione delle piazze e alla videosorveglianza delle strade. Comportamento che in alcuni casi ha permesso avanzamenti di carriera ai dirigenti più obbedienti.

Quello che non torna è che la paura di uno Stato di polizia è sempre stato timore appartenuto all’area della sinistra e alla sua tradizione politica extraparlamentare che, nelle esperienze meno ortodosse, ha sempre visto come obiettivo finale il minor utilizzo della polizia al fine di regolamentare la vita pubblica. Adesso invece, in questo tempo di traslazione identitaria, è la destra ad aver paura del cosiddetto Stato di polizia attuando una vera e propria arte della contraddizione. Ne emerge una destra che pubblicamente è contraria all’autoritarismo dello Stato, ma privatamente si dimostra favorevole alla repressione.

Come si può constatare siamo davanti a un epocale passaggio identitario che viene assecondato dagli interessi delle classi dirigenti che poi danno in pasto alla base dei rispettivi partiti i nuovi valori identitari. Questo passaggio storico rappresenta alla perfezione il cortocircuito che stiamo vivendo, e cioè una ricollocazione politica di vecchi valori senza inventarne di nuovi.