A proposito degli ultimi interventi sulla scuola, lo scrittore, e docente liceale, Girolamo De Michele, ha commentato così durante un intervento su Radiotre: E’ come quando, durante il naufragio del Titanic, fu dato l’ordine di rimettere a posto le sedie a sdraio”. Il governo prova a rassettare sedie e lettini ma tutto intorno la scuola brucia. I 400 milioni di interventi, spalmati su tre anni e di cui un terzo assegnati agli insegnanti di sostegno, arrivano infatti, come sottolineano i Precari, dopo 10 miliardi di tagli in cinque anni. Un contentino, quindi, insufficiente a sostenere un’inversione di tendenza. Lo si può definire attivismo frenetico e, vista la qualità e l’entità degli interventi, un tentativo di rincorrere uno a uno i vari problemi per dare la sensazione di farsi sentire, di esserci.

Si tratta di un intento lodevole, non c’è dubbio, ma come non ricordare il ministro Francesco Profumo e il suo “darsi da fare” a proposito del “Concorsone“? Quella vicenda si è chiusa nel sostanziale silenzio generale. Sul Fatto abbiamo già scritto di come dai 25mila posti promessi dall’ex ministro si sia finiti a inserirne in ruolo circa 3mila con vicende, come quella del Lazio, che gridano vendetta. L’Ufficio scolastico regionale, infatti, non ha pubblicato la graduatoria dei vincitori entro il 31 agosto – la sta pubblicando con il contagocce in questi giorni – e quindi non in tempo per permettere ai concorsisti di accedere alle nuove immissioni in ruolo. C’è chi ha studiato e sostenuto l’esame in pieno agosto e si è ritrovata con la porta sbattuta in faccia.

Ora giungono i 400 milioni, “un’elemosina a Scuola e Ricerca” come scrivono i Precari uniti contro i tagli, “contrabbandata come riparatoria inversione di tendenza politica e accompagnata da tanta retorica sul binomio Scuola-futuro”. In effetti, quello che manca è un progetto organico di riqualificazione, e quindi di investimenti, per il futuro. Si guardi al numero delle immissioni in ruolo programmate: tolti i 27 mila docenti di sostegno, che devono ripianare una situazione di assoluta invivibilità e che va avanti da diversi anni, si tratta di circa 14 mila nuovi insegnanti all’anno per i prossimi tre anni. Numeri del tutto modesti, ben al di sotto delle necessità – stimate in quasi 120 mila cattedre tutt’ora scoperte – e che non si capisce come si concilieranno con i vincitori del “concorsone”, rimasti in attesa di notizie né come saranno correlati alle uscite per pensionamento. Da sottolineare anche lo sbandierato rafforzamento dell’ora di geografia, che farà certamente felice gli insegnanti di questa classe di concorso, ma che non è nulla rispetto al ben più corposo problema degli “esuberi”, circa 8.000 insegnanti che non hanno più cattedra e restano nelle scuole “a disposizione”. La maggior parte di loro è stata creata dai tagli di Maria Stella Gelmini e dalla riduzione delle ore di insegnamento e ogni anno si ripropongono nell’organico con evidenti disfunzioni nei vari provveditorati, disagi per le famiglie e ansie per gli stessi docenti. 

Nonostante i 400 milioni stanziati, il problema di fondo resta quello delle risorse che sarebbero necessarie a risolvere i guai maggiori: la carenza di insegnanti in ruolo, l’edilizia scolastica, il ripristino di un numero accettabile di lavoratori Ata. Lo conferma il fatto che dal decreto è stato tenuto fuori il dossier “quota 96” relativa ai circa 9000 docenti (ma il ministero ne conta solo 3000) che avevano maturato il diritto alla pensione nel 2012 e che la riforma Fornero ha, indebitamente, bloccato. Un errore evidente e poi ammesso – come quello degli esodati -, oltre che confermato da numerose sentenze giudiziarie, ma che il governo non vuole risolvere. Prolungando una situazione di ingiustizia se non di illegalità.

Anche per quanto riguarda il sostegno non c’è da stare allegri. I 27 mila nuovi docenti sono una boccata d’aria, ma il decreto prevede una nuova disciplina per accertare i casi di disabilità e va osservata con attenzione l’idea, ripresa dal Sole 24 Ore, che “si stia assistendo a un allargamento strisciante del numero dei cosiddetti disabili rispetto a quanto previsto dalla legge 104 del 1992”. L’Italia, in materia, ha forse una delle legislazioni più avanzate e l’ipotesi che questa andrebbe rivista, cioè ridimensionata, è stata già avanzata in passato. Senza contare che l’impostazione ministeriale che sta prendendo piede sui Bes (bisogni educativi speciali) allude alla possibilità che degli alunni con particolari disagi si occupino non solo, o non più, gli insegnanti di sostegno ma l’intero corpo docente. 

I limiti del provvedimento sono ancora tanti e sono stati prontamente rilevati, oltre che dai Precari uniti, dal Movimento 5 Stelle o da alcuni sindacati come l’Anief. Le richieste fondamentali sono quelle di stabilizzare i precari, ritirare i tagli, sbloccare il turn-over, ristrutturare gli edifici, organizzare un vero programma di difesa e ampliamento del diritto allo studio. Finora di tutto questo non si è mai parlato ma abbiamo assistito a interventi-spot, buoni, spesso, a dare lustro al ministro di turno.