Stasera sono attesi diversi verdetti in vista dei Mondiali di Brasile 2014. Alle già qualificate Brasile, Giappone, Australia, Iran e Corea del Sud, potrebbero aggiungersi l’Italia di Prandelli, cui basta battere la Repubblica Ceca a Torino per passare, e poi Germania, Olanda, Argentina, Colombia e Costa Rica. Ma c’è anche chi dovrà dare l’addio definitivo al sogno di una seconda panchina mondiale, dopo aver portato l’Italia in Corea e Giappone nel 2002, e aver saltato da giocatore il Mondiale di Cile 1962 solo per un brutto infortunio. E’ Giovanni Trapattoni, uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio, i cui giorni sulla panchina dell’Irlanda sono contati: dopo la sconfitta casalinga di venerdì contro la Svezia anche una difficile vittoria in trasferta sull’Austria potrebbe essere inutile. L’Irlanda non si qualificherà a Brasile 2014, e il mitico Trap da novembre, o più probabilmente da domani come sostengono i media locali, dovrà trovarsi un’altra panchina.

Come al solito ieri in conferenza ha fatto un numero dei suoi. Memore delle sue vittoriose esperienze in Germania col Bayern (dove oltre che per un campionato e due coppa lo ricordano anche per il celeberrimo sfogo contro Strunz, inteso ‘anche’ come giocatore) e in Austria con il Salisburgo, ha snocciolato una serie di parole in tedesco che, secondo un giornalista presente in sala stampa “da sole avevano senso, ma messe insieme non costituivano un frase di senso compiuto”. Perché Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino non è entrato nella storia solo per essere uno dei tre allenatori al mondo ad avere vinto almeno un titolo in quattro campionati d’Europa diversi, o uno dei due ad avere vinto tutte e tre le coppe della Uefa (Coppa Campioni, Coppa delle Coppe e Coppa Uefa), o il quarto in assoluto per numero di trofei internazionali. E nemmeno per le coppe e gli scudetti da giocatore.

Il Trap è diventato un mito perché come un poeta surrealista ha convinto tutti a “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”, ha sostenuto in conferenza stampa che “c’è maggior carne al fuoco al nostro arco, anche se l’arco lancia le frecce” e ha contribuito ai dibattiti sul calcio affermando che l’argomento oggetto di discussione “è estremamente delicato, un tema che si è già dibattuto, e sul quale si andrebbero ad avere delle alienazioni, squadre di città minori e quindi il calcio io credo che in Italia sia veramente un grosso treno culturale e quindi, tutto sommato, ritengo che in questa forma possa mantenere e gestirsi sull’arco nazionale ancora abbastanza equamente ben distribuito”. Un linguaggio dadaista e sovversivo che ha fatto la gioia degli appassionati, o di chi semplicemente si accostava al calcio attraverso programmi come Mai dire gol.

Perché il Gioanin, come lo chiamava il suo conterraneo Gianni Brera, ancora a sedici anni, appena finita la guerra, alternava gli allenamenti col pallone al lavoro in tipografia, e siccome una volta diventato giocatore con il Milan la leggenda vuole che con la Nazionale avesse fermato Pelé in un incredibile Italia-Brasile 3-0, nessuno tra i suoi giocatori può sostenere di non avere capito cosa volesse dire. Nonostante fosse l’allenatore di maggior successo, a metà anni Novanta è stato tra i primi a tentare l’avventura all’estero, anche per dimostrare che nell’annoso dibattito dell’epoca tra “sacchiani” e “trapattoniani”, lui non era lo sconfitto. Tornò dalla Germania con uno scudetto al Bayern. Poi ancora in Portogallo e in Austria. E infine nel 2008 l’Irlanda.

Un’ottima partenza e la qualificazione ai Mondiali del 2010 svanita per un soffio, per un incredibile gol di mano del francese Henry nello spareggio. Poi la qualificazione agli Europei 2012, i litigi con il suo capitano Keane “che non ha mai vinto un cazzo”. E oggi il probabile addio, già annunciato comunque per dopo il Mondiale, che non è ancora avvenuto solo perché la federcalcio irlandese non vuole pagare la buonuscita. Se non oggi sarà domani, a qualificazioni concluse. Ma nonostante i suoi quasi settantacinque anni c’è da sperare che non sia l’addio definitivo al calcio di un genio della panchina, capace di alternare nello spazio di pochi minuti momenti di raccoglimento mistico con l’acqua santa e roboanti fischi al suo terzino che fanno tremare lo stadio. Per non arrendersi al pallone del calciomercato perenne, cui il Trap una volta si è opposto così: “Noi non compriamo certo uno qualunque per fare del qualunquismo”.