Valeria Valentin un tempo era una suora che aveva scelto il Cile per la sua missione. Era della Val Badia in Alto Adige, e si era sposata con l’uomo, allora frate, che era con lei in Cile e assieme avevano sfidato il regime di Pinochet. Valeria era la segretaria del vescovo Fernando Ariztià, soprannominato il “Vescovo Rosso”. Schiva, aveva rilasciato solo questa intervista, neppure il figlio conosceva la sua storia. I giorni del golpe nel 1973 si trovava a Santiago. Se una parte della Chiesa fu collusa con il regime, un’altra parte aiutò l’opposizione. Dopo quattro anni fu costretta a lasciare il Cile.

“Io telefonavo ai nostri amici all’interno dell’ambasciata italiana e loro mi dicevano ‘due Marlboro, tre Hilton…’, la cifra indicava il numero di quelli che potevamo far scappare. Così abbiamo salvato più di 300 persone”. Rischiò la vita più volte, più volte interrogata, più volte sul punto di scomparire nel gorgo insanguinato del regime.

“Partii per il Cile – ricordava – e decidemmo di andare a vivere tra i poveri, nella baraccopoli di Santiago. Abitavamo anche noi nella baracche di legno e condividevamo la stessa vita, la stessa povertà. Io vidi la repressione: venivano ammazzati tutti gli oppositori del regime, persone povere, operai, studenti… All’inizio erano incarcerati solo i leader dell’opposizione, poi la repressione investì tutti coloro che non condividevano le scelte di Pinochet. Anche uomini di Chiesa furono ammazzati, come il nostro amico Juan Alsina, un prete spagnolo, poi un altro amico, un francese

Nel primo periodo della dittatura, si vedevano i cadaveri galleggiare sul fiume che attraversa Santiago; colpivano un po’ qua e un po’ là per dare l’esempio. Ho cominciato l’attività subito clandestina: ho visto i militari sparare sui bambini. C’era il coprifuoco e bambini poveri vivevano sulla strada, non erano abituati  a stare chiusi nelle loro baracche, la strada era il loro parco giochi; ho visto con i miei occhi i militari uccidere un bambino e ferirne un altro, che si è salvato dai colpi del fucile scappando e proteggendosi con un braccio. La pallottola gli ha perforato l’arto. Il bambino morto lo hanno caricato sulla camionetta e se lo sono portati via, mentre l’altro l’ho soccorso e siamo riusciti a salvarlo.

Altre volte uccidevano gli ubriaconi. Nel nostro quartiere c’era un amico di mio marito, Diego Segundo, un vecchietto che non faceva male a nessuno. Beveva e spesso si addormentava in un angolo di strada.  L’abbiamo trovato morto nel fiume, l’avevano ucciso. Non era certo un estremista, la sera non riusciva neanche ad alzare un dito. Questo era il loro ordine, la loro pulizia: in breve tempo non c’erano più bambini e anziani sulla strada”.

Valeria, la segretaria del Vescovo

“Il vescovo Ariztià aveva dato vita al Comitato della Pace all’indomani del golpe, e noi, che eravamo un gruppo molto unito di missionari, decidemmo di costituire una rete clandestina per salvare la gente perseguitata. Ero la segretaria del vescovo e avevo un rapporto ottimo anche con cardinale Silva Enriques.  Avevo il compito di organizzare, coordinare, dirigere e ampliare la nostra rete di collaboratori. Il nucleo centrale era composto da una decina di persone. Una delle tecniche era quella di nascondere i ricercati nelle case o all’interno della baraccopoli, o in ospedale o nei conventi, e poi di notte farli raggiungere le ambasciate e la Nunziatura, aiutandoli a oltrepassare il muro di cinta. A quel punto erano in salvo. Poi, per farli espatriare non era più un problema. Dopo che erano entrati nelle sedi diplomatiche erano condotti all’aeroporto per essere espatriati”. 

Gli amici all’ambasciata italiana

“All’ambasciata italiana c’era allora il console Roberto Toscano che ci fu di grande aiuto, venne in nostro soccorso. Quando i controlli si fecero più stringenti, arrivavamo di notte ed io mi mettevo con le spalle al muro e li aiutavo a scavalcare il muro. Al telefono, dall’interno dell’ambasciata, mi indicavano anche la marca di sigarette: era dove si doveva scavalcare il muro”. 
“L’unico che non venne in nostro soccorso era il Nunzio apostolico, Dos Santos. Ma un giorno, in sua assenza entrammo di forza nella sede. Alle 11 di quella sera 27 persone erano sull’aereo per l’Italia”.

Lo Stadio National, lager della tortura

“Fin dal primo giorno andavamo allo Stadio National, dove avevano creato un lager, c’erano gli specialisti del Brasile con i loro attrezzi di tortura. Nello stadio è stato ucciso Victor Jara – ho una cassetta con la sua bellissima voce – che cantava canzoni di libertà con gli altri prigionieri. Gli hanno tagliato la mano davanti a tutti, perché era un grande chitarrista; ha continuato a dirigere il coro dei rifugiati, poi l’hanno ucciso. Noi andavamo allo stadio con altre donne, per sapere che dov’erano i loro mariti, i loro padri, i loro figli”.

Il sindacalista Nelson Gutierrez

“Mi hanno scoperta dopo il caso del sindacalista Nelson Gutierrez e quindi interrogata. Aveva avuto uno scontro con i militari ed era stato ferito alla schiena. Assieme alla moglie avevano dovuto abbandonare la figlia di 9 mesi ad una contadina e mi avevano chiesto aiuto. Non sapevano dove andare: l’abbiamo nascosto in una delle baracche, con sé aveva una mitragliatrice. Abbiamo cercato di curarlo, ma è subentrata la febbre alta e la ferita s’infettò, rischiava di morire. Quella sera ho fatto salire sull’automobile lui e la moglie e li portati all’ambasciata del Costa Rica. La contadina si presentò con in braccio la bambina di Gutirrez e mi affidò la bambina. L’abbiamo fatta scappare il giorno di Natale del 1975, portandola alla Nunziatura nascosta nel bagagliaio della macchina”.

Gli interrogatori

“Io fui interrogata dalle 9 del mattino alle 9 della sera. Ammisi di aver salvato delle persone, ma aggiunsi che queste persone non avevano la possibilità di avere un processo giusto e che ho visto morire molta gente.  Poi è intervenuto il cardinale e mi ha salvato la vita. In quello stesso anno fui interrogata una seconda volta. Questa volta il cardinale telefonò personalmente a Pinochet minacciando una crisi diplomatica, se non mi avesse liberato. Ma non potevo più lavorare.  E fui costretta ad andarmene dal Cile”.

Valeria Valentin è scomparsa alcuni anni fa.