La procura della Repubblica di Bologna ha aperto un fascicolo d’indagine sulla vicenda delle liste d’attesa gonfiate all’Ospedale Maggiore, denunciata in un esposto presentato da un gruppo di radiologi che lavorano nella struttura. Le 100 pagine arrivate sul tavolo dei magistrati venerdì mattina raccontano di un sistema di frodi messe in piedi da un certo numero di tecnici e medici al fine di sfruttare il più possibile le ore di straordinario, pagate ovviamente meglio. Per questo si inventavano guasti ai macchinari per le Tac e i pazienti dovevano attendere, allungando i tempi per un esame. La prestazione in orario extra poi andava a finire sul conto delle casse pubbliche della Regione.

Il sistema, come spiega l’articolo de la Repubblica edizione Bologna in edicola, andava avanti da alcuni anni. All’esposto di due pagine sono infatti allegati un centinaio di documenti riguardanti il periodo tra il 2011 e il 2012 che descrivono dettagliatamente i raggiri. Oltre alle macchine diagnostiche fermate con il pretesto, spesso non fondato, che erano guaste, c’era anche la pratica degli esami non eseguiti, ma segnati e pagati come tali. Secondo quanto riportato nell’esposto infatti un tecnico del reparto avrebbe indotto “medici, tecnici e infermieri a far risultare eseguiti e refertati esami prenotati in regime di libera professione per i quali il paziente, pur avendo prenotato l’esame, non si è mai presentato”.

A tal riguardo allegati alla denuncia ci sono elenchi di pazienti che avrebbero effettuato una tac o una risonanza magnetica al Maggiore. Accanto al loro nome compare una sigla, “PpAER”, che sta per paziente arrivato allo sportello, passato dall’accettazione, visitato e refertato. In decine di casi, però, prendendo in esame i singoli referti delle persone inserite negli elenchi, ci sono frasi come questa: “Paziente non presentato” oppure “Indagine non eseguita”. Eppure per la ragioneria delle aziende sanitarie conta quella sigla PpAER, e l’assegno viene staccato. Dal 1 gennaio 2013 in poi tuttavia la situazione è migliorata anche grazie e soprattutto alle nuove regole imposte dall’Ausl, indirizzate a regolamentare preventivamente gli straordinari all’interno dei reparti.

Poi c’è la questione delle angiografie. Nel 2011 il reparto di radiologia dichiara di aver effettuato ben 6.278 angiografie coronariche con solo due macchinari adatti, per un totale di 17 esami al giorno. Un numero troppo alto secondo i tecnici che hanno presentato l’esposto, visto che per ogni prestazione ci vuole un’ora e mezza. Un numero troppo alto anche per l’Ausl, che in quello stesso 2011 riconosce e paga soltanto 2.565 visite, poco più di un terzo rispetto a quelle dichiarate. Eppure per convincere le amministrazioni che quegli esami erano stati fatti, i medici e tecnici infedeli le avevano inventate tutte. “Per giustificare e coprire la truffa si facevano ordinare migliaia di sonde per angiografia che poi venivano regolarmente buttate”, scrive l’esposto.

Dalla mattinata di martedì il Nas dei Carabinieri è a lavoro sul caso, coordinato dal sostituto procuratore Morena Plazzi a cui è stato affidato il fascicolo. Per ora, essendo stato presentato in forma anonima, l’inchiesta non vede indagati e neanche ipotesi di reato. “Immediatamente dopo la ricezione dell’esposto – ha spiegato il procuratore aggiunto Valter Giovannini, delegato ai rapporti con la stampa – vista la densità e la complessità degli argomenti, e il dettaglio con cui è descritta la condotta in questione, sono stati disposti gli accertamenti dei Nas”. Poi Giovannini si è augurato “di non dover scomodare un numero rilevante di pazienti per verificare quanto denunciato nell’esposto”. L’invito implicito è ai camici bianchi e ai tecnici affinché si facciano avanti a parlare.

La vicenda ha sollevato molte polemiche politiche. La più dura quella del Pdl, che con il consigliere regionale Galeazzo Bignami ha chiesto all’assessore regionale alla Sanità Carlo Lusenti le dimissioni immediate. Nella serata di martedì è arrivata anche la replica dell’Azienda Usl di Bologna, cui fa capo l’Ospedale Maggiore: “All’Azienda non risultano fermi delle apparecchiature come quelli riportati. Non risponde al vero inoltre l’informazione secondo cui i pazienti ricoverati attenderebbero mediamente circa 10 giorni per ottenere una TAC o un RMN, prestazioni per le quali il tempo di attesa varia, ordinariamente, tra 1 e 3 giorni”. Poi l’Ausl si dice pronta a presentare i propri dati e i propri approfondimenti sia alla Regione, sia alla Procura della Repubblica.