La fine del programma di stimolo monetario (Quantitative easing) della Federal Reserve americana, che tanti squilibri ha generato sia negli stessi Stati Uniti che nella maggior parte dei paesi emergenti, è stata condizionata al raggiungimento di un tasso di disoccupazione non superiore al 7%. Poiché ormai da alcuni mesi il tasso di disoccupazione negli Usa è stabilmente intorno a questo livello, la Fed ha appunto annunciato la riduzione del programma di stimolo, che dovrebbe iniziare nel mese di settembre per concludersi a metà 2014.

In effetti, i principali indicatori macroeconomici negli Usa sono positivi: il prodotto interno lordo sta crescendo in media del 2,7%, il mercato immobiliare è in netta ripresa ed i profitti aziendali battono stabilmente le stime degli analisti nel 75% dei casi.
Tutto bene quindi ? Non proprio, il metodo con il quale la Fed misura la disoccupazione negli Usa ricorda molto la favola del pollo di Trilussa.

Il tasso ufficiale è sceso al 7,3% però analizzando meglio i dati si scopre che :

  • Il tasso di partecipazione della forza lavoro è il più basso dal 2007 ad oggi ed è sceso al 63% dal 66%, ciò determina un’apparente riduzione della disoccupazione ma in realtà è la forza lavoro che si è complessivamente ridotta 

  • La disoccupazione tra la forza lavoro priva di un’istruzione superiore è pari all’11% 

  • Se consideriamo solo gli afro-americani è del 13% 

  • Tra i giovani con meno di 25 anni è del 24%

Più in generale, si è visto che chi è senza lavoro da meno di 6 mesi ha buone possibilità di ricollocarsi, mentre per chi è fuori dal mercato del lavoro da 12 o più mesi le possibilità sono molto ridotte: si stima che oltre 7 milioni di persone abbiano smesso di cercare lavoro e, non a caso, i sussidi erogati dal governo Usa sono aumentati a quasi 9 milioni dai 7 milioni del 2007, anno di inizio della crisi, confermando così quanto sostengo da tempo e cioè che coloro che hanno perso il posto all’apice della crisi per le drastiche ristrutturazioni aziendali è destinato a restare disoccupato, realtà questa che riguarda anche i paesi europei, Italia in testa.

Il bilancio del programma di quantitative easing è da considerarsi quindi largamente fallimentare, avendo sì fatto ripartire l’economia americana ma al prezzo di squilibri sociali inaccettabili: solo nella città di New York lo scorso anno il numero dei disoccupati è salito del 25% a fronte però di un mercato borsistico che cresce a doppia cifra ormai da 4 anni.

Le maggiori banche Usa, artefici della crisi iniziata nel 2007 ed uniche vere beneficiarie della politica Fed, sentitamente ringraziano.