Il segretario di Stato John Kerry a Parigi e Londra. Il chief of staff della Casa Bianca Denis McDonough ospite dei cinque principali show della domenica mattina. Joe Biden impegnato in decine di telefonate e contatti con membri del Congresso. E ancora, Barack Obama che oggi registra sei interviste televisive e che domani sarà ancora in televisione, per un discorso alla nazione in prime time. E’ frenetica l’attività mediatica e politica dell’amministrazione Usa per cercare di convincere l’opinione pubblica americana e internazionale delle necessità di una ritorsione contro il presunto uso di armi chimiche da parte del governo di Bashar al-Assad. Ma l’offensiva, almeno sinora, non sembra ottenere i risultati sperati.

Denis McDonough ha spiegato che è “comprensibile” che gli americani siano poco convinti della necessità di un altro intervento militare, ma ha precisato che “questo non è l’Iraq o l’Afghanistan; questo non è la Libia. Questa non sarà una lunga campagna di bombardamenti aerei. Questa sarà un’azione limitata ed efficace contro obiettivi specifici, in modo che Assad non pensi di poterla fare franca di nuovo”. La stessa volontà rassicurante è stata espressa da John Kerry, secondo cui gli “Stati Uniti non escludono un ritorno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una volta che gli ispettori abbiano presentato il loro rapporto sulle armi chimiche”. Kerry, che a Londra e Parigi ha incontrato anche diversi ministri arabi e il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen, ha detto che i paesi arabi “ritengono importante ci sia una forte reazione” ad Assad e che sono a questo punto “numerosi” i Paesi disposti a firmare nelle prossime 24 ore un documento che condanni il regime di Assad e chieda una “forte risposta internazionale. Anche la Germania, secondo Kerry, potrebbe firmare il documento, che non vincola comunque all’intervento armato.

Nell’ambito di questa campagna per vincere l’autorizzazione del Congresso e il consenso delle opinioni pubbliche americana e internazionali, l’amministrazione Usa sta anche distribuendo una serie di video che mostrano gli effetti dell’uso di armi chimiche in Siria. Kerry ha spiegato che quelle immagini “non sono qualcosa che gli americani possano ignorare. I video mostrano che la gente colpita dalle armi chimiche sono esseri umani reali, bambini veri, genitori toccati da questa cosa in modi che sono inaccettabili per tutti, ovunque e per qualsiasi standard”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto Kerry, sono sempre stati in prima fila con altri nel dire “che non permetteremo tutto ciò, che questi non sono i nostri valori e quello che noi siamo”.

Ora dopo ora, si definisce quindi meglio la strategia che l’amministrazione ha scelto per preparare il blitz in Siria: rassicurazione sulla scelta di obiettivi specifici e limitati nel tempo; inserimento dell’azione militare in un quadro di alleanze internazionali; atrocità e inaccettabilità di quanto fatto da Assad. Il problema è che, almeno per ora, Obama e i suoi non sono riusciti, o sono riusciti soltanto in minima parte, a centrare gli obiettivi prefissati. Mentre rimane inflessibile l’opposizione della Russia all’intervento, il presidente francese Francois Hollande ha mostrato nelle ultime ore un certo raffreddamento dell’iniziale ansia interventista; e l’Unione Europea nel suo insieme non ha mostrato alcun desiderio di sottoscrivere la posizione americana: “La EU sottolinea la necessità di affrontare la crisi siriana attraverso il processo delle Nazioni Unite”, ha spiegato la responsabile per la politica estera europea Catherine Ashton.

Se la diplomazia internazionale non sembra fare grandi passi avanti, la situazione per Obama è ancora più complicata sul fronte interno. Nonostante un’attività di lobbying che non ha probabilmente precedenti nei cinque anni della sua presidenza, Obama non è riuscito a vincere le resistenze di deputati e senatori. Un esempio dell’atteggiamento a questo punto prevalente è venuto da Jim McGovern, un deputato democratico del Massachusetts, che in un’intervista a CNN ha detto di avere “grande ammirazione” per il presidente e di averlo appoggiato quasi sempre. “Ma talvolta gli amici non sono d’accordo”, ha spiegato McGovern, che ha aggiunto che “questa non è una questione di partito, è una questione di libertà di coscienza, e devono esserci altre opzioni oltre a quelle di non fare nulla oppure bombardare la Siria”. Preoccupazioni simili sono state espresse da un altro deputato, il repubblicano del Texas Mike McCaul, secondo cui “guerre piccole diventano guerre grosse e dobbiamo essere molto prudenti”.

Il fatto è che, nonostante giorni di continue pressioni sui lawmakers – è stato calcolato che membri dell’amministrazione abbiano parlato direttamente ad almeno un terzo di deputati e senatori –, la maggioranza del Congresso resta tiepida sul raid in Siria. Oggi, di ritorno dall’Europa, Kerry terrà un incontro a porte chiuse a Capitol Hill in cui dovrebbe mostrare altre prove sull’uso di armi chimiche. Martedì, prima del suo appello televisivo, Obama incontrerà tutti i deputati democratici. Mercoledì l’amministrazione dovrebbe vincere il primo voto procedurale del Senato sulla continuazione della discussione sulla Siria, ma non è detto che ci sia poi una maggioranza di senatori favorevoli all’attacco. Ancora più incerta la situazione alla Camera, dove Obama non ha al momento la maggioranza e dove un numero sempre più consistente di democratici – tra questi, nelle ultime ore, ci sono stati Barbara Lee e John Larson – hanno espresso l’intenzione di votare contro l’autorizzazione. I “democratici del no” citano preoccupazioni sull’allargamento della guerra ma soprattutto l’opinione di gran lunga maggioritaria tra i loro elettori. “Non penso che il pubblico voglia vedere ancor più violenza e distruzione e morte in Siria”.

A complicare ulteriormente l’azione di Obama potrebbe venire un problema di calendario. Il presidente ha infatti pochi giorni per convincere politici ed opinione pubblica e questi pochi giorni sono occupati da una miriade di eventi che potrebbero distogliere l’attenzione dalla Siria. Stasera irrompe nelle case degli americani la National Football League con un match attesissimo, i Washington Redskins contro i Philadelphia Eagles (ragion per cui l’appello televisivo di Obama è stato spostato a martedì sera). Domani ci saranno le primarie per l’elezione a sindaco di New York, e mercoledì l’anniversario dell’11 settembre. Se si aggiunge l’inizio di Yom Kippur, venerdì sera, il debutto della nuova stagione televisiva e il ritorno dei ragazzi americani a scuola – senza contare il prossimo debutto del nuovo sistema sanitario di Obama e i rischi di nuova bancarotta del governo federale – risulta chiaro che il sì al bombardamento della Siria, e lo stesso futuro di questo presidente, dipendono da un’opinione pubblica distratta e pochissimo disponibile ad ascoltare l’appello ad una nuova guerra.