È difficile prendere distanze quando il successo arriva non solo a film magnifici ma a persone che emanano valori di rara umanità. Come è accaduto alla 70a Mostra veneziana appena conclusa.

Rosi è un amico, e dunque il giudizio arriva a ragion veduta. Ming-Liang ha confermato chi lo ha descritto come persona splendida, di sensibilità oltre misura. Qualità che il suo cinema di sempre ha rispecchiato. I vincitori rispettivamente del Leone d’oro e del Gran premio della Giuria hanno confezionato due “film-esperienza” che possono interpretarsi come opposti tra loro: il primo – Sacro GRA – sul ricongiungimento, il secondo – Stray Dogs – sul distacco.  Sacro GRA – a cui si è ignobilmente alluso come film “anormale” per non accentuare il ghettismo a cui si è finora costretto il documentario in Italia – non solo è la testimonianza di un grande sguardo, ma esprime la netta volontà di restringere le differenze a vari livelli. In primis proprio nella sua identità di genere. Alla luce della contaminazione tra le arti  (locuzione molto cool oggi) non dovrebbe suscitare sorpresa che un cineasta dotato riesca ad annientare i confini creativi, dando vita una creatura audiovisiva ove forza narrativa e documentaria si sposano in equilibrio perfetto. Gianfranco Rosi, per chi non lo sapesse, ha sempre operato su questa linea: indimenticabile è il suo racconto indiano e fluviale in cui un Boatman si offre da Virgilio a un Dante curioso, straniero e coraggioso che vuole scoprire e comprendere il senso del Gange per gli abitanti dell’India.  Correva il 1993, cioè ben 20 anni fa. Il ricongiungimento di Sacro GRA si manifesta nell’anello perfettamente circolare con cui gli emarginati – gli extra muros – travalicano i confini dell’appartenenza a una città-mondo che loro stessi dimostrano di capire meglio di chi la “risiede” nel cuore. Sono le loro forti identità a consegnarsi alla ex capitale mundi diventata la provincia di se stessa. Formalmente e tematicamente, Rosi compie dunque un’unione linguistica e quasi spirituale, non a caso intitolata  Sacro GRA.

Specularmente il gigante di Taipei Tsai Ming-Liang ci mette in pasto all’Apocalisse, con quel che egli stesso ha decretato essere il suo ultimo film. Un uomo, un’opera bigger than Life, verrebbe da dire. Il cinema non lo contiene più. Stray Dogs mostra un padre e i due figlioli (due splendidi bimbi realmente fratello e sorella nella vita, nipoti dell’attore feticcio Lee Kang Sheng che interpreta il padre) nella loro quotidianità da homeless, condizione che già crea una separazione dentro alla crescente potenza della Cina. Dormono in una specie di caverna aggiustata a stanza, mangiano al supermercato dove una commessa procura loro del cibo, si lavano nei bagni pubblici. Trasformano un cavolo in bambola perché la creatività infantile è inarrivabile. E proprio da quel cavolo – la più volgare delle verdure – si produce una delle più struggenti sequenze della storia del cinema contemporaneo, grazie a una mirabile performance di Kang Sheng.  Una sofferenza estrema. La consapevolezza del disfacimento, della perdita, del distacco. Prima dalla dignità e poi dalla moglie. Ovvero dalla vita. Nell’ultima parte dei 138’ che compongono il film assistiamo al miracolo: tre inquadrature fisse ciascuno di durata dai 7’ agli 11’ in cui si racchiudono e mescolano (e annullano?) le categorie filosofiche dell’esistere. Un uomo e una donna, poi solo un uomo, poi solo un fondale. Lo spettatore è di fronte a una scelta: entrare o starne fuori. Ne consegue l’apprezzamento dell’opera a capolavoro o la riduzione a manierismo noioso. Propendiamo per la prima opzione, senza esitazioni. La forza dell’arte di un Gigante Umile che quando lo si incontra per intervistarlo ti ringrazia, o che ringrazia il suo dio per la vittoria e i selezionatori / spettatori per “la pazienza di aver visto il suo fim”. O ancora che chiede il biglietto da visita al fan italiano che si complimenta, commosso, per quel capolavoro. Il distacco – nella sofferenza – tra un uomo e una donna è metonimia di un distacco dalle dinamiche che oggi sembrano “normali” nella vita di ciascuno, e nella vita della Settima Arte purtroppo ridotta a mercanzia d’oggetti, peraltro di discutibile valore.