Quando sono trascorsi poco più di due anni (22 luglio 2011, ndr) dalla strage di Utoya, stando ai sondaggi odierni, con i cittadini chiamati ai seggi (le urne chiuderanno alle 19, verso le 22 si avranno i primi risultati), la Norvegia potrebbe svoltare a destra. Non soltanto il primo ministro uscente, il laburista Jens Stoltenberg, potrebbe lasciare l’incarico alla conservatrice Erna Solberg, ma nella coalizione di governo è previsto l’ingresso del Partito del progresso, formazione che ha fatto della retorica contro gli immigrati e dell’opposizione alle tasse i suoi cavalli di battaglia e nelle cui file militò, per poi uscirne anni fa, lo stesso Anders Behring Breivik, autore del massacro che fece 77 morti negli attentati di Oslo e nella sparatoria contro i partecipanti a un campo estivo dell’ala giovanile dei laburisti.

Negli ultimi due anni la forza politica guidata da Siv Jensen ha condannato la strage e fatto il possibile per scrollarsi di dosso gli accostamenti con Breivik, mosso dall’opposizione al multiculturalismo e dai deliri pubblicati online sulla sua crociata personale contro il “marxismo culturale” e “l’islamizzazione” dell’Europa, cui le politiche dei laburisti avrebbero, nella sua visione del mondo, contribuito.

Breivik è stato condannato a 21 anni di carcere, il massimo della pena che potrà essere estesa se sarà considerato ancora una minaccia per la società. La campagna elettorale è stata invece impostata sull’economia, l’istruzione e le tasse, con il Partito del progresso che ha cavalcato in maniera minore i temi dell’immigrazione. Mentre il ricordo di Utøya è stato per certi versi un argomento da non affrontare, nel timore di essere accusati di usare la tragedia a fini politici, sebbene sia stato toccato implicitamente quando si è parlato di sicurezza e investimenti, ad esempio per la polizia.

Nei messi successivi alla strage, il Partito del progresso, il secondo partito del Paese dopo le elezioni del 2009, ha subito un calo dei consensi guadagnati negli anni precedenti, sull’onda della crescita di forze politiche simili che hanno ottenuto risultati notevoli in tutta l’Europa settentrionale: dal Partito delle libertà di Geert Wilders nei Paesi Bassi, ma prima ancora con la lista di Pim Fortuyn (politico olandese assassinato nel 2002, ndr), passando per i Veri finlandesi o i Democratici svedesi, i cui nomi non corrispondono esattamente alla loro reale collocazione politica.

Proprio l’incapacità nell’impedire che si consumasse una strage come quella di Utoya e Oslo unite alle accuse contro la polizia sono due delle ragioni della perdita di consenso dei laburisti, cui non sembra essere d’aiuto uno dei tassi di disoccupazione più bassi del Continente e un’economia robusta, sostenuta principalmente dal petrolio. “Reggersi su una sola gamba non può bastare all’economia”, ha detto la conservatrice Solberg che, secondo l’agenzia Reuters potrebbe dare vita a un governo di minoranza insieme al Partito del progresso, anche considerata la riluttanza di altri possibili alleati a fare squadra con Jensen.

Mi fa paura l’ipotesi che il Partito del progresso possa andare al potere – ha detto a The Guardian il 29enne Vegard Grøslie Wennesland, uno dei sopravvissuti alla follia di Breivik e uno dei 33 scampati alla strage candidati a questa tornata elettorale – Alcune delle figure di spicco della politica norvegese continuano a servirsi di una forte retorica anti-immigrati. Un tipo di retorica che contribuirà a un clima sempre più ostile”.

di Andrea Pira