Mi piace il calcio.
Mi piace guardarlo, quello dei bambini, quello dei campioni e quello di chi è rimasto ai margini.
Mi piace giocarlo, anche se quando scendo in campo difficilmente tra compagni e avversari ce n’è uno che giochi peggio di me.
Mi piace leggerlo, soprattutto nelle parole di quei tre o quattro scrittori che ne sanno o ne hanno saputo raccontare.

Non mi piace sentire parlare di partite truccate, di calcio che è diventato solo spettacolo, di credibilità assolutamente perduta. Per me il calcio rimane sempre e comunque il gioco più bello, quello che anche nel mezzo della partita più noiosa e forse truccata ti esalta per un’azione, per un gol, per una parata. Il calcio per me rimane sempre e comunque gioia, sudore, fantasia e fatica; erba profumata, erba di plastica, polvere, sassi, cemento e asfalto; palloni supersonici, palloni taroccati, sfere di gomma, pallette di carta e di stracci; stadi monumentali, stadi con una sola tribuna, campi sperduti, cortili, prati con zaini e giacche a fare da porta.

Credo che non si possa vedere il calcio senza parteggiare per una delle due squadre che giocano, senza necessariamente dover diventare un becero tifoso. Io tifo, pacatamente, Roma, Real Madrid, Torino, Manchester City, Lecce, nell’ordine. Da quando ho capito che due dei miei tre figli tifano irrimediabilmente Lazio, con un grande sforzo arrivo ad essere contento quando la Lazio vince, con tutte tranne contro le mie squadre e questa, in una città come Roma, dove contano solo i derby, è un po’ una bestemmia.

Soprattutto quest’anno, dopo la finale di Coppa Italia, vinta dalla Lazio che ha alzato in faccia a Totti e i suoi compagni un trofeo vinto meritatamente. Da quella partita sembra che il calcio a Roma si sia fermato, sia finito. Niente sarà più come prima. E nei tifosi della Roma è subentrata, dopo anni di illusioni ed esaltazioni soprattutto estive, una nichilista rassegnazione. Ecco, è proprio per questo, perché io non mi voglio rassegnare, neanche nel calcio, che quest’anno ho deciso che tornerò a vedere tutte le volte che potrò la Roma allo stadio, come facevo quando ero bambino e poi ragazzo e poi uomo, per interrompermi ad un certo punto, senza mai capirne veramente la ragione.

E domenica dunque sono tornato, dopo qualche anno, a vedere la Roma all’Olimpico, addirittura da abbonato. Emozionandomi con le lacrime agli occhi e i brividi dentro quando è partito l’inno, forse il più bello d’Europa, con le migliaia di sciarpe stese, con i volti segnati della gente, con tutte quelle voci stonate in coro. E dopo, nel corso della partita quando è stato segnato un gol meraviglioso. Che poi la Roma la partita l’abbia vinta, giocando bene in maniera semplice, rimane per me un dettaglio secondario.