Paola Labriola, la psichiatra accoltellata a Bari, appare nelle foto sorridente, accogliente, simpatica, proprio come dovrebbe essere l’espressione di chi fa il nostro lavoro, ma le sue qualità non sono riuscite ad impedire questa enorme disgrazia. Come persona e collega non posso che esserne particolarmente addolorato. Fatti del genere suscitano, oltre che una grande tristezza, timore nella gente comune e negli addetti ai lavori. La mia preoccupazione aumenta quando una collega, psichiatra, psicologa, infermiera, assistente sociale, educatrice, ha un turno di lavoro particolarmente “sguarnito”.

Declino al femminile questa disgrazia perché, a mio avviso, si tratta di una ennesima violenza contro una donna da parte di un attentatore dalla coscienza alterata. E’ ovvio che sarebbe potuta succedere nei confronti di chiunque, ma una donna è più esposta, perché agli occhi del suo potenziale aggressore può sembrare una preda o un ostacolo meno temibile. In psichiatria la violenza è molto rara rispetto agli atti perpetrati dalla gente cosiddetta normale, ma il fuoco dei mass media attiva il balletto emotivo delle fantasie popolari e dei pregiudizi che hanno bisogno di capri espiatori per superare il peso di un mondo sociale sempre più ostile e meno in grado di sostenere i propri figli. Nei disturbi mentali è molto facile che le persone perdano il loro status di malato per essere viste cattive, violente, infingarde, infide, e chissà quanti altri aggettivi negativi. Si passa subito dopo a demonizzare la legge 180, magari senza conoscerla, perdendo di vista la diffusa e terribile iniquità e violenza manicomiale nei confronti di uomini, donne e bambini. Si parla della necessità di presidiare gli obiettivi sensibili. Ma se ogni cittadino potesse esprimere la propria percezione sulle zone a rischio avremmo probabilmente una città militarizzata.

Tuttavia qualche considerazione per diminuire la probabilità che questi episodi avvengano può essere fatta.

La violenza non è mai un fulmine a ciel sereno, lo può sembrare quando non siamo in grado seguire gli antecedenti. La violenza improvvisa e non preannunciata è difficilmente gestibile, ma alcune banali cautele possono essere un deterrente aspecifico. Può bastare la presenza di un collega maschio per far sentire i malintenzionati meno incoraggiati, o un certo numero di operatori nello stesso turno di lavoro, modalità che, seguendo il buon senso, abbiamo sempre utilizzato nell’organizzazione del nostro lavoro. Oggi, probabilmente, questa semplice precauzione è diventata più difficile per lo stato di abbandono in cui versa l’intero Servizio Sanitario Nazionale e i Dipartimenti di Salute Mentale in particolare.

Di fronte alla mancanza di personale bisognerebbe aggregare quei servizi particolarmente sparuti o concentrare i turni di lavoro. Un piccolo disservizio in cambio di una maggiore sicurezza. Ma è anche importante che si crei un legame con la gente che deve sentirsi orgogliosa dei propri servizi e non timorosa e evitante. Nel 1972, agli albori dei Servizi di Salute Mentale, in piazza Urbania, la “piazzetta” di S. Basilio, una sorta di Bronx romano dove era stato collocato il primo Centro di Salute Mentale territoriale, eravamo oggetto di continui attacchi da parte di bulli locali e il conflitto fu composto, progressivamente, grazie agli operai e agli impiegati e alla gente del luogo, che passavano al termine del loro lavoro per parlare con noi, e rimproveravano parenti, amici, fratelli, rendendoceli progressivamente amici e alleati. Non fu mai chiamata la polizia. Oggi questo tessuto si è disgregato e questo aumenta la sensazione di essere lasciati soli, come i tanti servitori dello stato che per lo stesso motivo hanno ricevuto lo stesso destino, di Paola.

Molto spesso le situazioni possono essere almeno in parte, previste, è possibile un monitoraggio da parte dei servizi sulla salute mentale di persone valutate a rischio di condotte impulsive. Il monitoraggio deve essere inteso come un atto istituzionale che obbliga entrambi i contraenti ad incontrarsi. Ricordo che quando un mio paziente protestava perché non voleva venire agli appuntamenti, la mia risposta era esattamente questa: “C’è una legge che obbliga sia me che lei ad incontrarci. Vediamo insieme come uscirne”. Alla fine ogni volta che usciva mi ringraziava e un giorno che cercai di mandarlo via pochi minuti prima disse: “Dottore mancano ancora dieci minuti”. Questo permetteva quello che chiamo monitoraggio terapeutico, una condizione relazionale che si può costruire, nel rispetto del paziente e della società. Quindi la cura è sempre un diritto, ma in certi casi, per chi appare poco desideroso, perché non consapevole dei propri disturbi, può rappresentare un obbligo o un dovere e ci sono gli strumenti di legge per poterlo fare, poi il modo è lasciato alla sensibilità dei singoli professionisti.