Un nulla di fatto che meno di così era difficile riuscirci e immaginarlo. Dopo una discussione a cena –il momento giusto, per parlare dell’invito di Papa Francesco alla pace e al digiuno-, che li ha visti dividersi “quasi in campi uguali” –la testimonianza è del portavoce del Cremlino Dmitri Peskov-, capi di Stato o di governo dei Venti Grandi si sono oggi lasciati senza uno straccio di dichiarazione sulla Siria.

E non hanno manco ripreso la discussione in plenaria, confinandola all’intreccio di bilaterali più o meno formali. Anche la foto di gruppo l’hanno sbrigata in quattro e quattr’otto, come se avessero fretta di scappare via e poca voglia di lasciare una testimonianza di questo loro incontro teso all’inizio e fiacco in chiusura.

Presentato come un’occasione per salvare la pace, il vertice di San Pietroburgo è stato un flop. E non lo riscattano certo gli accenni di convergenza e cooperazione sui temi economici, ad esempio contro l’evasione fiscale. Neppure l’uscita dalla crisi è stata certificata, perché il clima è migliorato e pure l’Ue è fuori recessione, con l’eccezione dell’Italia, ma la ripresa resta “debole” e “i rischi” persistono.

Questo G20, se l’erano inventato alla fine del XX Secolo, per dare un contentivo a quelli che non sono Grandi abbastanza da stare nel G8 e per cercare di gestire meglio quella ‘brutta bestia’ che era la globalizzazione. L’esordio avvenne nel 1999, come foro di ministri delle finanze e governatori delle banche centrali; la promozione al rango di Vertice risale al novembre del 2008 a Washington, dopo lo scoppio della crisi economica e finanziaria.

Il G20 rappresenta i due terzi della popolazione e del commercio mondiali, oltre al 80% del Pil mondiale: ha dunque le carte in regola, ben più del G8, per discutere i problemi planetari. Nel 2009, gli appuntamenti furono addirittura due: Londra, ad aprile, e Pittsburgh, a settembre, quando si decise che il G20 sostituisse il G8 come strumento di concertazione economica delle nazioni più sviluppate. I seguiti non sono però stati all’altezza delle premesse: Toronto e Seul 2010, Cannes 2011 e Los Cabos in Messico 2012 sono serviti più a valutare l’andamento della crisi che ad orientarne gli sviluppi e ad accelerarne il superamento.

Ma mai, forse, un G20 era stato circondato da tanta attesa come questo di San Pietroburgo, situato allo snodo tra pace e guerra. Un festival dei paradossi. Primo, il G20, quasi sorto dalle rovine del G8 del L’Aquila per affrontare la crisi dell’economia globalizzata, esautorando il Gruppo dei Grandi, doveva adesso, dopo avere vivacchiato per un lustro senza affermare la propria leadership, surrogare d’urgenza il G8 su una questione di vita o di morte, proprio una di quelle che i Grandi s’erano un po’ tenuti come prerogativa.

Secondo, il clima, almeno tra Usa e Russia, evocava per molti versi evoca la Guerra Fredda. Ma a parti rovesciate: il buono, quello che non vuole l’attacco alla Siria, è il russo, Putin; e il cattivo, quello che vuole punire al-Assad per l’uso dei gas contro i civili, è Obama. Con gli Stati Uniti, stanno, con vari distinguo, Gran Bretagna, Francia, Turchia e altri; con la Russia, Cina, Germania, un po’ defilata l’Italia e altri.

Intorno al tavolo di Palazzo Constantin, una sede imperiale, Putin e Obama non siedono vicini: l’alfabeto cirillico li metterebbe accanto, ma il protocollo segue quello inglese: ecco frapporsi Arabia Saudita, Sudafrica, Sud Corea, Turchia e Gran Bretagna. Sedie lontane e posizioni lontane, alla fine come all’inizio.

L’Onu prova a giocare la carta del negoziato, ma non le bada nessuno. L’Ue è la solita cacofonia. La voce più forte è quella d’un assente: Papa Francesco chiede “un grido di pace”, lancia un appello a trovare una soluzione che eviti il massacro. Gli uomini di buona volontà l’ascoltano; ma, al G20, ce ne sono pochi.