La ripresa economica dell’Unione europea? Forse. Intanto però c’è chi si tira fuori dal vortice finanziario dei Paesi a rischio default. A Lisbona, secondo quanto scrive il quotidiano Diario de Notícias, tra maggio e giugno gli investitori tedeschi e britannici si sono sbarazzati di una grande quantità di debito portoghese: dalla City hanno liquidato 1,8 miliardi di euro in titoli di Stato, mentre a Berlino hanno venduto 450 milioni in bond portoghesi, provocando un forte rialzo dei tassi di interesse – pari a due punti – dal 5,3 al 7 per cento.

I dati sono stati resi noti martedì in nottata dall’Agenzia per la gestione della tesoreria e del debito pubblico (Igcp) e confermano le paure di molti analisti: la situazione è peggiorata a causa del dissesto finanziario ma anche per la lunga crisi politica che ha fatto tremare il Palazzo di São Bento, sede del Parlamento. Prima le dimissioni del ministro delle Finanze Victor Gaspar, poi quelle del ministro degli Esteri Paulo Portas. Infine un nuovo governo rabberciato dal centrodestra, che spera di arrivare a fine legislatura, nel 2015.

Intanto però il Regno Unito già a maggio aveva venduto più di 1 miliardo di euro in obbligazioni di Lisbona, mentre il mese successivo si disfaceva di altri 800 milioni. Dietro Londra poi c’è stata Berlino, con 450 milioni in obbligazioni e buoni del Tesoro ceduti. Secondo l’Igcp, solo gi investitori nazionali – per lo più istituti finanziari che hanno bisogno di questi titoli nei loro bilanci per avere accesso ai programmi della Bce – si sono opposti al trend negativo, acquistando circa 1,05 miliardi di euro di debito.

Ma è chiaro che l’interesse degli operatori nazionali non è sufficiente per compensare il calo dei flussi globali degli investitori stranieri. Un calo che, conti alla mano, ha raggiunto il livello del maggio 2012, quando il Portogallo era in profonda crisi. A spiegare questa fuga da una parte c’è l’insicurezza politica del Paese, dall’altra l’idea per ora infondata che la Bce possa tentare di seguire i consigli della Federal Reserve, mettendo fine alle misure di sostegno monetario. In tanti ricordano ancora le parole che lo scorso 25 aprile, in occasione della festa nazionale della Liberazione, il presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silvia aveva pronunciato: “Il Portogallo, già gravato dalla crisi economica e sociale, non è in grado di far fronte anche a una crisi politica”.

Parole che, se legate ai dati forniti dall’Igcp, avrebbero pesato quasi subito tra gli investitori stranieri, possessori di titoli di Stato. Di certo l’aria che tira a Lisbona non è serena. A maggior ragione dopo che, lo scorso 29 agosto, la Corte costituzionale ha bocciato per la terza volta in un anno il piano del governo di Passos Coelho per ridurre il numero di funzionari statali, definendolo appunto anticostituzionale. La riforma si poneva come obiettivo il risparmio di 167 milioni di euro all’anno, secondo quanto calcolato dalla stampa nazionale. E di certo questo verdetto complicherà l’ottava revisione da parte della troika, che comincerà a settembre.

Gli uomini in nero dovevano già arrivare a luglio. Ma l’instabilità politica aveva convinto l’Ue a lasciare che il Paese trovasse in fretta un nuovo governo con cui interloquire. Adesso la visita è stata fissata per lunedì 16, e i tecnici dovranno fare di nuovo i conti in tasca al Paese. L’ultima volta, come scritto sul report della settima verifica pubblicato lo scorso giugno, la troika – e soprattutto il Fondo monetario internazionale – si era detta molto critica e preoccupata per le sorti del Portogallo. Ma, ora come mai, quel piano di aggiustamento sembra essere necessario.

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