Negli Stati Uniti è ancora scontro sul ruolo che i gruppi pro-Israele svolgono nell’orientare le scelte del governo americano. L’occasione per le nuove polemiche è data da un intero paragrafo apparso in un articolo dell’edizione on-line del New York Times del 2 settembre. Il paragrafo incriminato citava anonimi “funzionari dell’amministrazione” e dava conto delle pressioni di un potente gruppo pro-Israele, l’Aipac (l’American Israel Public Affairs Committee), a favore dell’intervento in Siria. Dopo una rapida comparsa sulla versione online del giornale, il paragrafo è scomparso. L’articolo, nella sua versione originaria, riportava quanto segue: “Funzionari dell’amministrazione affermano che l’influente gruppo pro-Israele Aipac è già al lavoro con pressioni per un’azione militare contro il governo di Assad. Aipac teme che nel caso la Siria sfugga alla ritorsione americana per il suo uso di armi chimiche, l’Iran potrebbe essere nel futuro rafforzata nell’intenzione di attaccare Israele […] Un funzionario dell’amministrazione […] ha definito Aipac come ‘il gorilla da 800 libbre nella stanza’ e ha spiegato che gli alleati di Aipac al Congresso sono convinti che se la Casa Bianca non riesce a far rispettare la linea rossa contro il catastrofico uso di armi chimiche, saranno guai”.

Non è la prima volta che Aipac è al centro di polemiche e controversie. Definito proprio dal New York Times come “la più importante organizzazione che influenza i rapporti degli Stati Uniti con Israele, Aipac ha tra i propri membri molti politici di entrambi gli schieramenti, democratici e repubblicani; la sua conferenza annuale, nel 2011, ospitò due terzi dei deputati e senatori del Congresso americano. Non a caso il gruppo è stato spesso preso di mira per un’attività di lobbying che, secondo i critici, favorisce le politiche più conservatrici dei governi israeliani e danneggia l’interesse nazionale americano; nel 2005 un funzionario del Pentagono, Lawrence Franklyn, venne arrestato e poi condannato a 13 anni per aver passato informazioni militari riservate a due suoi analisti.

La controversia in corso sull’American Israel Public Affairs Committee si inserisce del resto in un quadro più vasto: quello del ruolo giocato dai governi israeliani nella politica americana. Un libro di alcuni anni fa, The Israel Lobby and the U.S. Foreign Policy, di John Mearsheimer e Stephen Walt, raccontava di una coalizione vasta e composita di forze, gruppi, politici e intellettuali che spinge per orientare la politica estera americana, nuocendo agli Stati Uniti ma anche agli stessi interessi israeliani. L’ipotesi di una vera e propria lobby pro-Israele è stata invece negata da altri. Tra questi, c’è Noam Chomsky, un intellettuale di solito molto poco simpatetico con i governi di Israele, secondo cui l’influenza di Gerusalemme sulla politica americana è stato generalmente “sopravvalutato”. Per Chomski, amministrazioni e Congresso Usa hanno appoggiato gli orientamenti e le richieste israeliane soltanto quando queste combaciavano con gli interessi americani, e Israele sarebbe stato premiato in quanto “cane da guardia” Usa nell’area mediorientale.

Oltre al dato storico, e le accuse di censura al Times, è comunque indubbio che la decisione dell’amministrazione Obama di intervenire contro Damasco arriva al termine di mesi di intense pressioni israeliane. Lo scorso 25 aprile il generale Itai Brun, a capo della divisione Intelligence dell’esercito israeliano, fu ospite per una conferenza dell’Institute for National Security Studies, dove affermò che “il regime siriano ha utilizzato armi chimiche letali”. Brun si riferiva a due attacchi da parte delle forze lealiste vicino a Damasco e ad Aleppo. Tutti allora interpretarono le parole del massimo rappresentante dei servizi militari israeliani come un appello diretto al presidente degli Stati Uniti, che nell’estate del 2012 aveva parlato di una red line non valicabile: quella dell’uso di armi chimiche.

Governo e media israeliani sono tornati a essere ben presenti anche dopo il massacro di Ghouta del 21 agosto, dove secondo l’amministrazione Obama le forze di Assad avrebbero usato il gas nervino per uccidere centinaia di loro connazionali. Channel 2, un canale televisivo israeliano, manda in onda il 24 agosto un servizio in cui sostiene che le armi chimiche usate contro la popolazione sono state sparate dalla 155esima brigata della Quarta Divisione Armata, quella comandata dal fratello di Assad, Maher. Le armi chimiche, sempre secondo Channel 2, che dice di citare non meglio specificate “fonti israeliane”, sarebbero state lanciate da una zona montuosa ad ovest di Damasco. Qualche giorno più tardi, il 30 agosto, un articolo di Focus, una rivista tedesca, citava un funzionario anonimo del Mossad, secondo cui l’Unità 8200 dell’esercito israeliano – un gruppo di spionaggio simile alla Nsa americana – avrebbe intercettato comunicazioni tra alti funzionari siriani in cui si ordinava l’attacco chimico. Nessuno dei due report citava fonti o prove esplicite. E’ comunque singolare che tra le prove che l’amministrazione Obama ha presentato a deputati e senatori per convincerli della necessità del raid, ci siano proprio presunte intercettazioni di militari siriani che parlano dell’attacco chimico. E’ stato del resto Giora Inbar, un ex-funzionario dell’intelligence israeliano, a spiegare sempre a Channel 2 che gli Stati Uniti sono “non soltanto consapevoli dei dati raccolti dai servizi israeliani in Siria, ma anche fondano la loro azione su questi dati”.

L’arrivo a Washington il 26 agosto di Yaakov Amidror, consigliere alla sicurezza nazionale di Netanyahu, e di alti funzionari dell’esercito e dello Shin Bet, per colloqui ufficiali con Susan Rice, consigliere alla sicurezza nazionale Usa, potrebbe essere stata l’occasione in cui questi dati sono stati consegnati all’amministrazione di Obama. La decisione da parte del presidente Usa di ricorrere all’autorizzazione del Congresso prima di colpire obiettivi militari siriani è poi stata motivo di delusione per molti politici di Gerusalemme, che speravano in una mossa più rapida e incisiva da parte dell’amministrazione Usa. Un ministro del governo israeliano, Uri Ariel, ha per esempio criticato apertamente la scelta di Obama. Se il suo premier, Benyamin Netanyahu, preferisce a questo punto mantenere un silenzio prudente, quello che politici e elites israeliane pensano è stato esplicitamente riassunto da un opinionista del Jerusalem Post, Herb Keinon, secondo cui “questo gingillarsi internazionale sulla Siria non è il tipo di atteggiamento che rassicura gli israeliani sul fatto di poter contare sul mondo quando si tratterà dell’Iran”. Un’affermazione ripetuta in questi giorni da molti altri politici e commentatori israeliani, tra questi Amos Harel su Haaretz, e che rivela la ragione del pressing israeliano per un intervento in Siria. Colpire Damasco per mandare un messaggio chiaro a Teheran.