La sera del 17 settembre del 2013, i tifosi juventini che arriveranno al Parken Stadium di Copenhagen per la prima partita del girone B di Champions League rischiano di fare un salto indietro nel tempo, fino alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Escluso il settore ospiti, infatti, allo stadio saranno presenti solo danesi, o persone il cui cognome “suona come danese”. Così ha stabilito l’FC Copenhagen al momento di vendere i biglietti per le tre partite casalinghe di Champions contro Juve, Real e Galatasaray, bloccando oltre un migliaio di biglietti già venduti a persone dal nome straniero. Una decisione che va contro i principi basilari dello sport, come ha spiegato l’avvocato per i diritti civili danesi Jens Bertel Rasmussen: “Non può esserci discriminazione in base a nome, sesso, nazionalità e religione dei tifosi, anche in una partita di calcio che è un evento privato”.

La notizia l’ha data il quotidiano danese Ekstrabladet all’indomani del sorteggio di Champions, quando ha segnalato come moltissimi residenti danesi che avevano acquistato il pacchetto per le tre partite casalinghe della squadra si sono sentiti rispondere dal club che il loro acquisto era stato cancellato perché non avevano un cognome danese. “Per ragioni di sicurezza”, come ha dichiarato il dg del club Daniel Rommedahl, che poi ha aggiunto che “si aspettava critiche alla decisione”. E attraverso i media ha ricordato quando i tifosi del Galatasaray arrivarono a Copenhagen nel 2000 per la finale di Coppa Uefa contro l’Arsenal e la città fu presa d’assalto. Detto che gli stessi tifosi del Copenhagen non sono dei santarellini, la toppa usata come giustificazione è sembrata peggio del buco.

Come ha raccontato alla stampa danese Atila Momeni, tifoso del club residente in Danimarca: “Prima mi hanno fatto acquistare il pacchetto di biglietti per le tre partite, e si sono i presi i soldi dal mio conto in banca, poi mi hanno comunicato per mail che il mio acquisto era stato cancellato. Trovo che sia inaccettabile e discriminatorio che questo trattamento sia stato riservato solo ai tifosi dal cognome straniero”. Mentre Masoud Barid, altro tifoso, ha detto che il rifiuto del club di concedergli i biglietti regolarmente acquistati per via del suo cognome è stata “l’esperienza più degradante mai vissuta in vita mia”. E alle critiche si è aggiunto anche Bajram Fetai, ex calciatore dei rivali del FC Nordsjaelland, che si è rivolto direttamente alla Uefa.

Oggi il Copenhagen ha fatto una parziale marcia indietro. Prima ha annunciato che l’acquisto di quei biglietti era stato “momentaneamente sospeso” e non “cancellato”, mentre tutti i testimoni hanno confermato di aver ricevuto una mail in cui era scritto che il loro acquisto era stato annullato definitivamente. Poi ha spiegato che le ragioni di sicurezza invocate si riferivano solamente al timore di mischiare tifosi delle squadre avversarie nei settori riservati alla squadra di casa. E anche qui resta curiosa la decisione che per ovviare a questo problema il club non si sia rivolto ai database delle tifoserie organizzate, o tantomeno delle forze dell’ordine, ma abbia optato per una scelta identitaria e discriminatoria: basata su una presunta purezza del cognome danese.

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