L’ultimo ricatto in realtà è l’ultimo bluff. Ci sarebbe da immaginarsi Silvio Berlusconi in veste di giocatore di poker, come un fotomontaggio di qualche tempo fa (quando a causa dell’uveite si presentò al Senato con gli occhiali scuri). Il Cavaliere alza la voce e la fa alzare alle sue truppe, armando perfino la mano di quelle che solitamente vengono inquadrate come “colombe”: Renato Schifani, Angelino Alfano. Ma sono grida per spaventare e che per il momento non sono neanche lontanamente veri e propri venti di guerra. Quella del Pdl è piuttosto una strategia. Un modo per cercare di buttare la palla nel campo del Pd, per vedere se tra i democratici possano esplodere le consuete contraddizioni e soprattutto cercare di rinviare il più possibile il voto nella Giunta per le elezione e, perché no, acciuffare un insperato ricorso alla Consulta per esaminare un eventuale profilo di incostituzionalità della legge Severino sull’incandidabilità. Ma questa volta, almeno per il momento, il gioco del Pdl non funziona.

Il Pd infatti tiene il punto. Alla continua richiesta dei berlusconiani di chiarire quale sia la linea, i democratici ribadiscono che l’intenzione resta quella già dichiarata più volte: nella Giunta per le elezioni gli 8 membri del Pd voteranno per la decadenza. Letta nel frattempo cerca di buttarla in corner e tenta di tenere strette le redini per tenere in piedi il suo esecutivo traballante: “Penso che i quattro mesi di lavoro che abbiamo alle spalle dimostrino che la maggioranza può lavorare insieme per il bene dell’Italia”. Nel frattempo però il Pdl comincia a capire che dovrà iniziare a pensare a cosa fare in vista del voto in Giunta per le elezioni. “Non c’è nessuna minaccia dal Pdl – raffredda gli animi il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, indicato come la più colomba tra le colombe – i dubbi sulla costituzionalità della legge Severino, pur avendola votata, possono esserci e sono legittimi. E’ evidente che il passaggio di lunedì sarà cruciale”.

Berlusconi più di lotta e meno di governo
E allora va classificato sotto l’etichetta di bluff – e di operazione semmai comunicativa – l’innalzamento dei toni nel Pdl delle ultime ore. Un atteggiamento per il quale il Popolo della Libertà sembra tornato a mostrare i canini, con la gioia dei “duri e puri”: c’è chi racconta che Denis Verdini è uscito da Villa San Martino, un giorno fa, canticchiando. L’ugola allegra del coordinatore fiorentino del Popolo della Libertà vale più di un comunicato. Segno che è cambiato l’umore di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere vede nero ed è pronto al tutto per tutto. Vede avvicinarsi il voto della Giunta per le elezioni senza che si muova una sola foglia: perché da una parte il Pd continua a dire che voterà la decadenza da senatore dell’ex presidente del Consiglio – condannato in via definitiva per frode fiscale – mentre il Colle tace e cioè conferma la nota del 13 agosto.

La maggioranza di grande coalizione – sostenuta da Berlusconi – non ha più senso, secondo il Cavaliere, se verrà cacciato dal Parlamento. Anzi, la strada per una sua “agibilità politica” assomiglia sempre di più a un imbuto e così parte l’operazione “alta tensione”: surriscaldare il clima, tirare la corda, minacciare scatafasci, lanciare ultimatum. L’ultimo: “Giù il governo e andiamo alle elezioni a novembre“. Ma per ora sono solo parole, un tentativo di spaventare gli alleati e pure il Colle. Certo, la crisi di governo non è mai stata così vicina e potrebbe arrivare – secondo i ragionamenti dello stesso Berlusconi – già prima di arrivare al voto in Giunta. Dal governo si raccomanda alla responsabilità: “Il presidente del Consiglio sta partendo per il G20, un appuntamento con un’agenda importantissima – è l’appello del ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini – È possibile interrompere questa serie continua di minacce quotidiane di crisi che riempiono i giornali, preoccupano i mercati e danneggiano il peso e l’immagine dell’Italia sui tavoli internazionali?”.

Operazione “alta tensione”: dare la responsabilità al Pd
Ma Altero Matteoli usa parole che sembrano non lasciare spazi di manovra. “Chiediamo al Pd delle risposte precise, se ci sono il governo va avanti sennò non possiamo più stare insieme”. Poi critica la decisione del Pd di voler “applicare una legge che non può essere applicata perché è retrodatata” e precisa che “la questione non riguarda l’incostituzionalità della legge ma la sua applicabilità”. Le parole sono le stesse di Alfano: “Il Pd dica cosa vuole fare?”. Il Pd l’ha già detto cosa vuole fare (cioè votare la decadenza), ma al Pdl interessa che venga sottolineato che i responsabili della caduta del governo saranno gli alleati. Lo stesso Schifani coordina questa operazione: “Non siamo pronti a nessuna crisi di governo – dice – naturalmente tutto dipende dal comportamento degli altri partiti. La nostra posizione è chiara. La situazione è complicata ma il partito è unito e pronto a qualunque tipo di battaglia. Abbiamo registrato una forte compattezza del gruppo e dato la nostra solidarietà a chi era stato indicato come traditore”. 

Il Pd: “La nostra posizione non cambia: B. è un problema del Pdl”
Così il Pd ribadisce qual è la linea, per l’ennesima volta. “Evidentemente nel Pdl sono sordi e ciechi. – dichiara il responsabile giustizia del partito Danilo Leva– Abbiamo illustrato chiaramente e più volte la nostra posizione, e non cambia. E’ dunque il Pdl che deve porsi il problema. A loro spetta la responsabilità di separare le sorti del Governo di servizio dalle vicende personali di Berlusconi”. “Silvio Berlusconi – ricorda Leva – è stato condannato per l’evasione di oltre 200mln di euro. E’ dunque il Pdl che deve porsi il problema. A loro spetta la responsabilità di separare le sorti del Governo di servizio dalle vicende personali di Berlusconi. Noi siamo, e siamo sempre stati, responsabili, anche nel caso in cui i nostri esponenti siano stati sfiorati da inchieste giudiziarie”. Qui, aggiunge l’esponente Pd, “ci troviamo di fronte ad una condanna passata in giudicato dopo tre gradi di giudizio. Il Pdl decida e si assuma fino in fondo di fronte al Paese la responsabilità delle proprie scelte. Si tratta di una vicenda gravissima per la quale, in qualsiasi altro paese civile, tutti avrebbero già preteso un passo indietro di un leader di partito condannato per reati fiscali. Dal Pdl possono spandere miele o far sentire il tintinnare delle sciabole ma non facciano finta di non sapere che la nostra posizione è quella che abbiamo ribadito ogni giorno”.

In serata l’ennesima conferma della linea è arrivata dal segretario Guglielmo Epifani, ospite della Festa del Pd a Perugia. La giunta del Senato “è un organo para-giudiziario e non giudiziario e questo la dice lunga anche sulla possibilità da parte della giunta di adire alla Corte costituzionale”, ha premesso. “Secondo noi non ci sono queste eccezioni per come è stata congegnata la legge. Trovo anche strano che una legge votata a dicembre improvvisamente sembra anche a chi l’ha votata illegittima dal punto di vista costituzionale. Se lo era – ha concluso Epifani – bisognava accorgersene prima”. Nessuno spiraglio alle ambizioni dilatorie del Pdl, insomma. Anzi: “Ancora una volta assistiamo a toni più o meno minacciosi che poi diventano più o meno minacce nei confronti del Paese, dell’Italia, della sua condizione della sua stabilità dello sforzo che sta facendo per uscire dalla crisi”, ha aggiunto.

Pdl riunito. I presunti “traditori” smentiscono
Al Senato si è riunito il gruppo Pdl. Il capogruppo Schifani avrebbe confermato, secondo alcune fonti, l’aria di crisi e invita tutti a serrare i ranghi per smentire quei retroscena apparsi sui giornali che descrivono un partito diviso con un gruppo di parlamentari pronto a “tradire” e sostenere il governo anche nel caso il Pd votasse l’ineleggibilità di Berlusconi. Schifani avrebbe espresso solidarietà proprio a quei colleghi che le indiscrezioni stampa indicano come possibili transfughi. Nel “mirino” ci sarebbero alcuni senatori siciliani e campani e l’ex presidente del Senato avrebbe colto l’occasione per difenderli: certa stampa punta a dividerci, ma dobbiamo essere uniti a fianco del nostro leader ed essere pronti a qualunque battaglia. Dopo la relazione di Schifani sono intervenuti tutti i senatori chiamati in causa dai giornali (tra questi Francesco Scoma, Giuseppe Rugolo, Mimmo Scilipoti), che avrebbero smentito ogni voce. Nell’aula della commissione Difesa c’è la consapevolezza che ormai si vive alla giornata. Augusto Minzolini avrebbe rivelato che secondo gli ultimi sondaggi il Pdl è 3,5-4 punti percentuali sopra il Pd sia come partito che come coalizione. Un motivo in più per costringere il Pd a venire allo scoperto.

Pdl, strategia della tensione: alzare la cortina di fumo sulla Giunta
L’operazione “Alta tensione” è scattata a più livelli. Già da alcuni giorni una delle strategie è alzare un polverone su procedure, regolamenti e formalità. “Improvvisamente” per il Pdl il presidente della Giunta per le elezioni Dario Stèfano è diventato poco imparziale, i componenti non possono esprimersi su come voteranno, la legge Severino – votata senza problemi anche dal Pdl 9 mesi fa – viene vista come incostituzionale. I membri del Pdl chiederanno il no alla decadenza e in subordine il ricorso alla Consulta e alla Corte Europea. Sul punto proprio Stefàno ha ricordato che la giunta si è invece “autodeterminata a non essere deputata a ricorrere alla Corte Costituzionale: ora è impossibile immaginare che la giunta possa smentire se stessa a distanza di soli due mesi”. Nel Pdl lo sanno perfettamente, ma serve far passare il messaggio e soprattutto allungare i tempi anche di poco, anche se Schifani questo lo nega. “Il Pdl voleva una riunione a settimana della Giunta, alla fine abbiamo deciso che al termine della riunione di lunedì si voterà per decidere come procedere” racconta Mario Michele Giarrusso (membro della Giunta per il M5S). 

Giunta riunita dalle 15 di lunedì 9
L’unica cosa certa è che la giunta si riunirà lunedì 9 alle 15. Poi verrà fissato un calendario. C’è la possibilità di andare avanti a oltranza? Per il presidente Stefàno “dipenderà dagli interventi”. Ciascuno dei 23 componenti ha infatti a disposizione 20 minuti per intervenire durante la discussione generale. Meno possibilista il socialista (eletto con il centrosinistra) Enrico Buemi: “L’oltranza si fa nelle guerre – risponde – Io chiedo che ci siano tempi adeguati non conoscendo i contenuti della relazione. La discussione non può durare all’infinito ma non può essere risolta in una sera”. La senatrice del Pdl, Elisabetta Alberti Casellati, membro della giunta, aggiunge: “Non conosciamo ancora la relazione di Augello (relatore del caso Berlusconi, ndr). Lunedì decideremo l’iter e ci prenderemo tutto il tempo necessario per questo dibattito. Non ci diano tempi predeterminati”.

“Crisi entro 4 giorni, prima del voto in giunta”
Ulteriore livello per alzare la tensione ha riflessi ben più importanti. Berlusconi manda a dire, infatti, che per aprire le crisi gli bastano meno di quanto si pensi. Cioè prima che si arrivi a un possibile voto in giunta (che non arriverà il 9, ma comunque entro settembre) e che ci sia il “verbale” della sua espulsione dal Senato. Il Cavaliere continua ad ascoltare il silenzio assordante di Napolitano: il Quirinale non si smuove dalle parole messe nero su bianco il 13 agosto. E cioè: l’unica strada è una richiesta di grazia (che sarà valutata “attentamente”: il sottinteso è che potrebbe anche essere respinta) e comunque per l’ex presidente del Consiglio vorrebbe dire ammettere che la sentenza è giusta e cominciare – anche se per un simbolico giorno – a espiare la pena. Quindi l’ipotesi rottura viene sbandierata con sempre maggiore insistenza: contro il Pd (che per il momento non sembra turbato) e contro il Colle (idem). 

I “prudenti” del Pdl. Quagliariello: “Non si vota prima del 2014”
Certo, il Pdl non si muove come un sol’uomo. La fiducia in Berlusconi è come sempre quasi cieca, ma prima di far cadere il governo alcuni ministri ci penserebbero cento volte. Per esempio il titolare delle Riforme istituzionali Gaetano Quagliariello che al Messaggero pare sicuro: “E’ inutile pensare che possano esserci elezioni anticipate nell’immediato. La prima finestra utile per il voto è nel 2014, dopo la correzione del Porcellum. Un atteggiamento estremista non fa il gioco del centro-destra e del Pdl che è nato come forza di responsabilità e di governo. Agire in modo opposto vuol dire farsi strumentalizzare dalle forze anti-sistema e da Grillo”. Non è detto che tutti i ministri Pdl siano disposti a rimettere il mandato. Verdini l’ha detto quasi con le parole di Beppe Grillo: “Chi non ci sta può anche andarsene”. La giornata si giocherà sul filo del rasoio, non tanto al Senato (dove si aspettano ordini di scuderia), quanto ad Arcore. E Verdini, infatti, non si muove da lì…

Gli scenari alternativi. “Si può votare a novembre”
Ma le vie d’uscita, nel caso dovesse davvero frantumarsi la maggioranza, quali sono? Napolitano ha davanti a sé un vicolo cieco. Il presidente della Repubblica ha insistito sempre sulla necessità di un governo di alleanze per non lasciare il Paese senza governo. Ma senza il Pdl non ci sono maggioranze alternative né se ne vede l’ombra. Ogni altra strada sembra un fotogramma di fantascienza, ma va tenuta in conto. Primo: un governo Letta bis con un appoggio esterno del Pdl (e magari con qualche ministro particolarmente affezionato al ruolo: Quagliariello, Lupi). Secondo: un governo Letta bis senza Pdl ma con qualche “responsabile” di centrodestra che si presta (alla Camera il Pd è autosufficiente e al Senato dovrebbe cercare una quindicina di voti). Terzo: un governo di centrosinistra con un sostegno in Parlamento di fuoriusciti del Movimento Cinque Stelle (ipotesi remota, nonostante il can can di queste ore). O ancora l’immancabile governo “costituzionale” – la carta di riserva sempre presente – che traghetti la situazione fino a primavera e che faccia carta straccia – ma ormai è un barboso ritornello – della legge elettorale. Altrimenti elezioni anticipate: dopo la prima volta d’inverno potrebbe essere la prima volta in autunno. Nel Pdl girano già le date dello scioglimento delle Camere e del ritorno alle urne: o il 17 o il 24 novembre. A quel punto il progetto di Napolitano sarebbe fallito e si aprirebbe anche un ulteriore scenario sulle decisioni del capo dello Stato rieletto per la prima volta al Quirinale su un unico principio fondante: la responsabilità delle forze politiche.