Palermo, 31 anni fa, via Carini, una A 112 bianca riempita di pallottole mafiose che se ora la racconti a un diciottenne neanche sa cosa è, se un codice, una password troppo breve o forse un’automobile. A 112.

E invece quel 3 settembre 1982 è una data importante, uno spartiacque nella storia dell’Italia contemporanea, uno di quei giorni che cambiano nel profondo le vicende e l’anima di un Paese. L’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – di questo parlo – purtroppo non è raccontato nei libri di storia che i maturandi italiani studiano nell’ultimo anno dei licei. E invece dovrebbe essere raccontata ai ragazzi, dunque parliamone anche il 4 settembre 2013.

Dalla Chiesa era un uomo delle istituzioni, era – e continua a essere – anche un “esempio di legalità” per molte generazioni di italiani. Facendo il suo dovere di prefetto di Palermo, fece capire a tutta Italia che la mafia era (ed è ancor più oggi) un potere politico, economico, istituzionale, culturale. Per questo fece paura ai mafiosi e per questo fu eliminato: perché da uomo delle istituzioni non taceva né mediava con gli amici degli amici dei mafiosi.

Il generale venne in Sicilia da piemontese e cosa fece? Disse solo che la mafia esiste, non solo a Palermo, che ha il volto delle istituzioni, si allea con politici romani o grandi imprese e disse che bisognava toglierla di mezzo. E agì di conseguenza. Semplice e chiaro, come nessun prefetto di Palermo aveva fatto prima.

Erano anni difficili, a Palermo. In quei mesi, i giudici Falcone e Borsellino erano giovani membri dell’ufficio istruzione e scoprivano le prime relazioni pericolose delle cosche, mettevano in carcere gli autori del milionario traffico di droga tra Italia e Stati Uniti. Anche loro, da palazzo di giustizia, rompevano il silenzio e facevano il loro lavoro di investigatori, non assolvevano i mafiosi per insufficienza di prove e non voltavano la faccia dall’altra parte come invece facevano (fanno ancora) tanti loro colleghi. Guardavano, come Dalla Chiesa, il mostro in faccia, a due passi da loro.

A Palermo, in quegli anni, cominciava ad agitarsi e muoversi qualcosa anche nella società. Del mostro parlavano altri. Ne aveva parlato il presidente democristiano della Regione Piersanti Mattarella (ucciso il 6 gennaio 1980), ne parlava Pio La Torre, segretario del Pci siciliano (ucciso il 30 aprile 1982), sulla mafia indagavano il capo della squadra mobile Boris Giuliano (ucciso il 21 luglio 1979) e il procuratore Salvatore Costa (ucciso il 6 agosto 1980), di mafia scrivevano da anni i giornalisti Mario Francese, Mauro De Mauro, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato. Tutti uccisi prima di Dalla Chiesa e dopo ce ne saranno molti altri, giudici, poliziotti, giornalisti.

Ma dopo la morte del generale, io c’ero a fare il giovane cronista in quei mesi a Palermo, iniziò qualcosa di nuovo, un miracolo civile, inatteso fino ad allora. In alcuni settori della società prese piede un processo di ribellione che, tra polemiche, vittorie e sconfitte culturali, ha definitivamente infranto il silenzio precedente, fatto cronaca e analisi, indicato dalla Sicilia a tutta Italia un percorso di liberazione da quella violenza compiuta ogni giorno dal potere “politico ed economico” che chiamiamo mafia.

Io le ho viste le prime assemblee di studenti a Palermo. Le facevano i ragazzi dei licei. I loro nomi erano Nando C., Francesco P., Davide C., Fabio P., Antonio C. e tanti altri. Gente qualunque. Studenti che volevano vivere un futuro senza mafia. E c’ero quando, mentre la mafia continuava a uccidere magistrati, sbirri, intellettuali, cronisti, quei ragazzi sfilarono per la prima volta là dove nessuno aveva osato entrare, nelle strade di Ciaculli, il quartiere del “Papa” della Cosa Nostra, Michele Greco. Gridando slogan antimafia. Come bestemmiare in una chiesa, allora.

Perché per questo, fuori da commemorazioni e retorica, bisogna raccontare – decenni dopo – l’omicidio Dalla Chiesa: una strage di mafia servita traumaticamente a far capire a tutto il Paese che il fenomeno non riguarda solo i siciliani, non è – 30 anni fa e ancor più ora – coppola e lupara o cancro inguaribile, ma parliamo di un’alleanza criminale con il potere dei soldi e della politica degli affari che crea l’isolamento di chi, dentro e fuori dalla istituzioni e volendo cambiare le parole collettive, rompe le collusioni, denuncia, processa, discute. Parla e non tace.

Una storia che continua, decenni dopo e fuori di retorica.