Un piccolo fastidio alla gola, senza febbre né dolore. Nessun malessere, eppure vedo qualcosa sulla tonsilla che assomiglia molto a una placca. Temo un loro eventuale ritorno o una tonsillite che già due mesi fa mi aveva costretta a una corposa serie di punture di antibiotici. Che, possibilmente, vorrei anche evitare. Specie questa settimana, dato che mancano pochi giorni all’agognata partenza per le vacanze. Sono le 19, finito il turno in redazione decido di aspettare le 20 per chiamare la guardia a Milano, visto che il medico di base a quest’ora non riceve più. Telefono, spiego i sintomi, mi dirottano di prassi all’ambulatorio più vicino. Vado. Siamo in pieno centro, a pochi passi dal Duomo.

Arrivo. Non c’è fila, sono l’unica, forse la prima paziente della serata. Peraltro lì ero già stata all’inizio dell’estate quando, appunto, mi avevano diagnosticato le placche. Anche se in realtà erano soltanto la punta dell’iceberg di un’infezione batterica molto più aggressiva. Allora, sbagliando, mi avevano prescritto con assoluta certezza un antibiotico del tutto inefficace. Ma qualche giorno dopo il mio medico mi aveva spiegato che l’errore, in quel momento, era possibile. (Ricordo che quella sera di giugno la guardia medica, un’altra, prima di firmare il referto mi disse: “Ah, sei di Modena? Io quando sei nata tu, nell’81, lavoravo lì alle Poste. Bella città, si sta (b)bene”. Spero che fosse per pagarsi gli studi in Medicina, ma con la febbre a 38 non ho voluto approfondire). 

Bene, due mesi dopo (ieri), il segretario/portinaio dell’ambulatorio mi fa entrare. Mi accoglie un medico sui 50-55 anni, piuttosto annoiato e infastidito. Come di routine, chiede i miei dati, mentre sbuffa, bofonchia e tra una frase e l’altra mi dice: “Sciura”. All’inizio cerca di rispedirmi a casa: se non ho la febbre, s’infervora, cosa sono venuta a fare lì? Beh, dovrei andare in vacanza sabato (ometto “è da tre mesi che aspetto questo momento”) per cui se devo prendere degli antibiotici, prima iniziamo e meglio è. Altri sbuffi. “Ma vada domani dal suo medico, non ho capito!”. Ripeto: vedi sopra. Niente, è già infastidito. Gli chiedo se posso provarmi la febbre lì, per essere certa di non averla. Bofonchia che tanto il termometro forse non c’è, e se c’è (ma comunque non lo cerca) non funziona. Ad ogni frase fa salire il tono di voce. 

Scopriamo che non ho niente, rimuove quello che sembrava fosse una placca e vuole liquidarmi alla svelta. Ma voglio sapere che cos’era, perché vedevo quella cosa, cosa dovevo fare, perché si era formata, se dovevo andare da un otorino. Domande che evidentemente ritiene inopportune. Fino al punto da aggredirmi verbalmente. Senza offese, solo urla: “Basta! Lei non ha quello che credeva di avere, punto e fine!”. “Ma scusi, perché mi parla così? Le sto facendo delle domande”. “E’ così e basta, punto, sciura!” (urla). “Scusi ma se fossi un medico non verrei neanche qui e mi risponderei da sola”. “Ma cosa ne so, non sono mica un otorino” (urla). “Quindi cosa faccio, devo andare dall’otorino?”. “Faccia quel che le pare” (urla). “Non sarà un otorino, ma lei ha visto cosa avevo, potrà dirmi qualcosa, no?”. “Ma cosa ne so, faccia degli sciacqui” (urla. Seguono altre domande specifiche sul caso personale e altrettante grida, sbuffi, bofonchiamenti suoi).

L’atmosfera degenera dal caso personale al caso deontologico. Continua. “Cosa le devo dire? Vada da un otorino che sicuramente la tonsilla non gliela toglie, vada, vada!” (urla). “Lei sta rendendo un pessimo servizio, lo sa, vero?”, gli dico. Lui sfotte: “Sì, brava, brava” (urla). “Lei è un medico, non è per niente professionale. E’ un mio diritto farle delle domande e un suo dovere rispondere”. “Ma basta, lei non ha niente, va bene così?” (urla). “Non ho parole, questa è una situazione surreale“. “Sì, ecco allora firmi qui”. Firmo il referto e me ne vado. Mi par di sognare.

Fuori non c’è nessuno che aspetta di entrare. Vado dal segretario/portinaio prima di uscire. Mi guarda con fare interessato, ho l’impressione che i 10-15 minuti di urla li abbia sentiti molto bene. In caso contrario, è sordo.  “Scusi, come si fa per denunciare un medico?”. “Ah, non lo so”. “Non ha sentito? Il dottore mi ha gridato addosso per tutto il tempo”. “Se l’ha aggredita avrà avuto i suoi motivi”. 

La chiamano guardia medica. O meglio: “Servizio di continuità assistenziale”. Un ottimo servizio.