Nell’anno del bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi si sono susseguite rappresentazioni di quello che può essere considerato, dopo la falsa partenza dell’Oberto. Conte di San Bonifacio e di Un giorno di regno, il primo grande successo del teatro musicale verdiano, il Nabucco. Un’opera che viene spesso ricordata per il suo celeberrimo “Va pensiero”, gran coro degli ebrei sulle rive dell’Eufrate. Siamo nella terza parte dell’Opera, “La Profezia”, Scena IV “Sulle sponde dell’Eufrate”. Tutti i musicologi sono concordi nel riconoscere – caso esemplare quello di Angelo Foletto – che la prima parte del coro, fino al fortissimo, è scritta all’unisono, il che ha un significato molto preciso: sostanzialmente, la tristezza di un popolo bandito dalla propria terra. Si tratta di un sentimento universalistico e al di sopra di qualsiasi epoca, analogo a quello che, molto più vicino a noi, animava il popolo ebraico mentre, cantando Shamat Israel, andava ai forni crematori. Proprio questo sentimento universalistico vuol comunicare Verdi attraverso l’unisono, ossia un sentimento uguale per tutti.

Adottando lo schema bipolare del libro di Meinecke, Cosmopolitismo e stato nazionale, quello di Verdi è un coro inquadrabile nel primo contenitore, il cosmopolitismo, ossia, animato da un sentimento privo di ogni eco nazionalistica. Spesso, invece, accade che il grande coro verdiano venga interpretato in senso diametralmente inverso; si pensi, per esempio, all’uso che ne fa il movimento leghista, travisandone, nell’adottarlo come proprio inno, in modo clamoroso l’interpretazione. Il movimento di Umberto Bossi probabilmente non sapeva che si trattasse di un coro ebraico e di certo non conosceva il coro dei Lombardi alla prima crociata, “O Signore, dal tetto natio”, che potrebbe, al limite, sottolineare, invece, quello che i leghisti vorrebbero far sottolineare a un coro.

Un uso molto più sofisticato è quello di W. G. Sebald (1944-2001), vissuto dal 1970 in Inghilterra, dove insegnò letteratura tedesca contemporanea. Nei suoi Moments musicaux, Sebald narra di un sogno che lo coinvolge dopo che al Festival di Bregenz, dove aveva deciso di assistere al Nabucco verdiano, cede i due biglietti a una signora che non era riuscita ad averli, rinunciando allo spettacolo. Quella sera a Bregenz, prima di addormentarsi, legge le ultime pagine di una biografia di Verdi e sogna: “…ho sognato i milanesi che, nell’anno 1901, quando il Maestro era in punto di morte, avevano cosparso di paglia la strada davanti a casa sua affinché lo zoccolio dei cavalli ne risultasse attutito ed egli potesse andarsene in pace. Nel sogno vidi quella strada di Milano coperta di paglia, e le carrozze e le diligenze che vi circolavano senza fare alcun rumore. Ma alla fine di quella strada, che terminava stranamente con una ripida salita, c’era un cielo nerissimo, solcato da lampi, proprio come quello che Wittgenstein, bambino di sei anni, aveva veduto dall’altana della casa di campagna sulla Hochreith”. Un sogno, per così dire, antiretorico, in cui la celebrazione di un ‘grande’ viene accompagnata dal monito di un filosofo che ha amato molto la musica come Wittgenstein.

Un altro uso interessante si può ritrovare nel polemico pamphlet dallo storico delle idee torinese, Carlo Augusto Viano, titolato appunto Va’ pensiero. Il carattere della filosofia italiana contemporanea, uscito per Einaudi nel 1985. La serrata ricostruzione di un tratto nazional-identitario della filosofia italiana, che si rispecchierebbe nel coro verdiano, rivisitata con l’occhio critico di un neoilluminista che denuncia il vizio – tra l’edificante e il consolatorio – della nostra tradizione filosofica. Un libro che ha trovato un contraltare nel volume fortunatissimo di Roberto Esposito, Pensiero vivente. Origine a attualità della filosofia italiana, uscito sempre per Einaudi nel 2010, dove la nostra tradizione filosofica, a partire dai grandi del passato, Niccolò Machiavelli, Giordano Bruno, Gian Battista Vico, diventa, al contrario, il canone di una filosofia non regressivo-passatista ma decisamente originale nel rappresentare ante litteram addirittura la svolta digitale contemporanea.

Dobbiamo guardarci da ogni retorica nazionale che possa offuscare il compositore. Tutta la sua opera e, in particolare, il Nabucco e il suo coro continuano a esercitare suggestioni decisive, anche se non sempre accompagnate dal dovuto rigore interpretativo e da un’adeguata contestualizzazione critica ed estetico-musicologica.