La legge Severino sulle incandidabilità è incostituzionale. È retroattiva, una bestialità giuridica. La Giunta delle elezioni del Senato non può solo prendere atto della condanna, deve tenere conto del quadro in cui è maturata e dell’agibilità politica di Silvio Berlusconi. Da circa un mesetto, diciamo, il decreto legislativo dell’ex Guardasigilli per l’intero Pdl è diventato una porcata immonda. Prima, però, i parlamentari di centrodestra suonavano tutta un’altra musica. Il partito dell’ex Cavaliere nel dicembre 2012 diede il suo voto favorevole al testo, si sa, ma non solo: durante il passaggio nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia di quel dlgs delle preoccupazioni costituzionali che oggi tolgono il sonno ai vari Caliendo e Malan non c’è traccia; al contrario c’è una entusiastica adesione all’idea “liste pulite”. A leggere i resoconti di quei dibattiti, tanto alla Camera che al Senato, si assiste ad un notevole sperpero di soddisfazione per contenuti e tempestività della legge.

Fu il Senato a cominciare. Qualcuno contestò l’articolo 3, quello che prevede la decadenza immediata in caso di condanna durante il mandato parlamentare? Macché. Filippo Berselli, ex An, relatore del provvedimento, si limitò a chiedere un coordinamento con l’articolo 2 per definire meglio i tempi d’intervento: quando si viene depennati dalle liste, quando si decade dopo la nomina. Così, senza aggettivi. Niente neanche sulla retroattività della decadenza? Niente. Sempre il povero Berselli, anzi, si limitò a sottolineare che giustamente c’era una norma transitoria che la sospendeva in caso di patteggiamento avvenuto prima dell’entrata in vigore (conoscendo i contenuti della Severino, infatti, l’interessato avrebbe potuto scegliere la via del processo). 

Va bene, si dirà, il relatore è obbligato ad una certa equidistanza, ma i senatori del Pdl si saranno fatti sentire, avranno protestato. Purtroppo per loro, no. Il povero Giacomo Caliendo, già sottosegretario alla Giustizia, si complimentò pure per la velocità della Severino, che aveva scritto il testo “in tempo utile per consentirne l’applicazione già in occasione delle prossime elezioni generali”. D’altronde, spiegò, la legge delega su cui agite l’avevamo inventata noi nel “ddl per il contrasto alla corruzione originariamente approvato dal governo Berlusconi”. Dunque, avanti a passo di carica con l’approvazione: “Rinunciamo a porre condizioni, segnaliamo solo le nostre osservazioni al governo”. Oggi Caliendo ci ha un po’ ripensato: “No, io dicevo di fare in fretta su un’altra cosa”. Non manca l’autocritica: “È il problema dell’applicazione della legge a fatti precedenti che dovevamo porci allora. In effetti, non è mai stato discusso. Fu una svista”. Chissà come sarà contento Berlusconi della svista collettiva dei suoi eletti. Pure Lucio Malan, infatti, aveva tanta voglia di “liste pulite”: “Dobbiamo approvarlo in tempi congrui”. Il senatore valdese, però, non rinunciò a “segnalare due criticità”. La retroattività? L’incostituzionalità? Niente da fare: la durata temporale dell’incandidabilità e quel problema di tempi tra Ufficio elettorale e Giunta cui accennava Berselli. Peccato non gli siano venuti allora i dubbi che oggi lo tormentano: “Ci sono degli ampi profili di incostituzionalità che vanno valutati”. Il senatore Roberto Centaro è l’ultimo a intervenire in Senato per il centrodestra. Ci avrà pensato lui a porre il problema di Silvio nostro? Macché: era preoccupato che imporre una legge statale alle Regioni a statuto speciale, tra cui la sua Sicilia, non fosse corretto. Fine. Un paio d’ore e il Senato approva

E alla Camera? I giovani virgulti berlusconiani si diedero da fare per bloccare la mostruosità giuridica? Buio pure là. Jole Santelli, che fu relatrice, dice che grazie al lavoro suo e degli altri non c’erano più “incertezze … in sede applicativa”. Manlio Contento parla addirittura di “passo avanti” e dice al governo: bene la norma transitoria solo sul patteggiamento e bene pure la soglia unica per l’incandidabilità perché ogni altra via presentava “inconvenienti e rischi di incostituzionalità”. Il battagliero Enrico Costa, infine, rivendicò persino il ruolo del suo gruppo: “quella comunista di Donatella Ferranti (Pd) – mise a verbale – ci ha accusato di voler rinviare e invece oggi approviamo il decreto Severino con un solo giorno di ritardo”. Adesso ci ha ripensato: “Quella legge è stata scritta e pensata solo per far fuori Berlusconi”. Una chicca. La Lega Nord, che oggi ritiene Berlusconi “candidabile” (Calderoli), all’epoca si lamentava che la legge Severino fosse troppo blanda: “Per certi reati dovrebbe bastare la condanna in primo grado”.

Da Il Fatto Quotidiano del primo settembre 2013