C’è fermento nel mondo del femminismo e dell’attivismo Lgbtqi italiano radicale, formato da blogger, collettivi e associazioni. E’ terminato il 1° settembre il ritrovo in un campeggio del Salento, ribattezzato “campeggia”, autogestito e autofinanziato, che è stato l’occasione per confrontarsi – come si legge sulla pagina Facebook dell’evento – su temi come “precarietà, sessualità, piaceri, intimità, pratiche di mutualismo e welfare non subordinate al concetto di famiglia, strategie di resistenza collettiva a crisi economica, violenza e repressione”.

Un'immagine dal sito "Smaschieramenti" di Bologna

“In Italia ci sono moltissime realtà, esterne ai circuiti istituzionali, che si occupano di genere e sessualità e che possiamo ricondurre a un approccio definibile come “trans femminista queer” – spiega Renato Busarello, attivista del laboratorio “Smaschieramenti” di Bologna, tra i promotori dell’iniziativa – In questo termine possiamo comprendere singoli e gruppi del panorama gay, lesbico, trans e femminista che non condividono la riduzione delle istanze del movimento Lgbtqi e femminista alle richieste di pari opportunità e uguaglianza che arrivano, per esempio, da gruppi come Arcigay o altre associazioni mainstream. Noi riteniamo che le questioni che riguardano il genere e gli orientamenti sessuali debbano essere affrontate in modo complesso, decostruendo i dualismi uomo/donna, eterossessuale/gay, donne per bene/donne per male, guardando anche agli strumenti della contemporanea teoria queer e femminista che all’estero si sono imposte anche a livello accademico”.

“La campeggia” queer non è il primo esperimento di aggregazione e condivisione fra le realtà più radicali presenti sul territorio italiano tra le quali si possono includere esperienze come quelle di “Sguardi sui generis” e “Medea” di Torino, “Mujeres libres” e “Frangette estreme” di Bologna, “Cime di queer” di Bari, “Lady fest” di Roma, “Vengo prima” di Venezia, “Consultoria autogestita” di Milano, “Collettiva femminista” di Sassari. Già il Feminist blog camp, infatti, che si è svolto per la prima volta nel 2011, è stato l’occasione di confronto su temi cari a questi ambiti e per pensare a nuove forme di organizzazione.

“Siamo nel mezzo di una crisi istituzionale e della politica rappresentativa che è sotto gli occhi di tutti – spiega Busarello – In questo contesto assistiamo a una crescente attenzione politico mediatica su violenza di genere, femminicidio, omofobia, che si presta però a molte strumentalizzazioni e a forme di pinkwashing istituzionale, l’ultima delle quali riguarda il decreto contro il femminicidio (in questo senso speculare a una eventuale legge contro l’omofobia). Di questo provvedimento non condividiamo l’impianto unicamente repressivo: la violenza contro le donne non può essere ridotta a una questione di ordine pubblico, e il compito di contrastarla non può essere semplicemente delegato a un impianto legislativo, ma deve essere il punto di partenza per ripensare il binarismo dei sessi e dei generi e tutte le dinamiche di potere che pesano sulle nostre vite. Inoltre un discorso contro la violenza maschile dovrebbe comprendere una analisi del “privilegio maschile”, che viene accordato ai maschi in ogni più piccolo aspetto della vita, anche a dispetto degli sforzi e dell’eventuale scelta di essere maschio “diverso” o “dissidente”. Un privilegio che li rende comunque in qualche modo “strumento” della violenza contro le donne”.