“In Nicaragua posso fare il fotografo. Laggiù, comunque andrà a finire, mi sentirò sempre utile, in Italia no”. Sono state le prime cose che si è detto Paolo Proserpio, 32 anni, appena ha rimesso piede in Italia dopo quattro mesi in giro per Leon, la seconda città più grande del Paese centroamericano, a scattare fotografie per matrimoni e feste di compleanno. Una pausa di due mesi in provincia di Lecco, dove è nato, per capire a mente fredda che la sua avventura sarebbe diventata una scelta di vita. “Prima di Leon, da giugno a settembre, ho viaggiato in bus dallo Yucatàn al Costa Rica: mi sono innamorato di quei posti, ho pensato che ormai li conoscevo abbastanza per cercarmi un lavoro”.

Come fotografo, magari per una delle tantissime ong attive in Nicaragua: gli è sembrata l’idea migliore, visto che nei villaggi ce ne sono pochi e usano ancora il rullino. Lui con la sua reflex digitale ha perfino realizzato un reportage sui pescatori subacquei di aragoste che, senza sapere come si fanno le immersioni, vanno in fondo al mare provocandosi paralisi alle braccia o gambe. Un lavoro finito sulle pagine di uno dei principali giornali del Paese. Ha immortalato anche i bambini costretti a lavorare nelle discariche. Alla fine ne è uscita una mostra in Italia per conto di una onlus. A marzo 2013 il tempo per rimanere a casa sua è scaduto.

“Il mercato del lavoro è inflazionato, troppe domande, pochissime offerte, finisci per sentirsi un peso”. Paolo prenota un biglietto senza ritorno per Managua, la capitale. Qualche piano prima di partire: “Ho inviato richieste di collaborazione a centinaia di ong”. Per occuparsi di video e foto dei vari progetti sul campo. Ma l’occasione che si è presentata appena arrivato è stata un’altra: insegnante di italiano all’Istituto Dante Alighieri, società riconosciuta dal ministero dell’Istruzione che promuove la lingua italiana in tutto il mondo. “Molti ragazzi vogliono imparare la nostra lingua ma in pochi possono permettersi i corsi – racconta Paolo -. Gli spiego che in Italia c’è disoccupazione, ma a loro sembra importare poco: quello che conta è inserire nel curriculum il certificato di apprendimento e con quello magari fare un master da noi. Italiano qui significa moda, qualità, arte”.

Paolo fa lezione a gruppi di dieci allievi alla volta e per arrotondare continua a fare fotografie che vende su internet. Quello che guadagna, aggiunto qualche risparmio messo da parte, lo spende: cioè poco più di 300 euro al mese, tra affitto e mangiare. “Qui lo stipendio medio è di 100 euro”. La gente è semplice, non ha fretta come a Milano, è accogliente. Ma ci sono tanti disagi: infrastrutture fatiscenti, istruzione carente, inquinamento ambientale. E gravi piaghe sociali: sfruttamento minorile, malnutrizione, violenza sulle donne, criminalità, corruzione e impunità diffuse.

Paolo però è preparato. In Italia ha fatto per tre anni l’operatore sociale e ha imparato a gestire situazioni scomode e ai limiti della legge. “Ho lavorato per la Casa della carità di don Colmegna nell’ex campo nomade di Triboniano, a Milano“. Un anno invece lo ha fatto come volontario europeo tra i rom in Bulgaria. Prima ancora aveva un posto da disegnatore meccanico. L’università invece non l’ha mai finita: “Mi mancavo 15 esami per diventare un ingegnere meccanico. Ma ho capito quasi subito che avrei fatto un mestiere diverso, a contatto con le persone”. Mentre assisteva 120 famiglie rom, ha fatto il professore in una scuola professionale per due anni. Nel frattempo ha messo in piedi Bankiletto: un’attività di produzione e vendita di letti realizzati con i bancali insieme a una comunità di ex tossicodipendenti di Lecco. Paolo avrebbe potuto continuare a fare il professore. O l’operatore sociale, “500 euro per un part time”, ormai l’unica formula disponibile sul mercato italiano. Perchè se ne è andato è scritto sopra e non serve aggiungere altro.