Due direttive bloccate, rivedute e infine corrette. Due regole reinterpretate secondo gli opportuni interessi nazionali. Due stop, insomma, che pesano eccome sulle ambizioni di riforma del sistema finanziario britannico. È questo, in estrema sintesi, il primo bilancio operativo della Financial Conduct Authority (Fca), uno degli organismi di vigilanza di mercato del Regno Unito che da aprile ha in pratica sostituito la vecchia Fsa, la storica Consob londinese.

Negli ultimi quattro mesi, l’Unione europea ha approvato in via definitiva due direttive regolamentari su altrettanti temi sensibili: la vendita allo scoperto, ovvero il sistema che consente agli speculatori di giocare al ribasso sulle quotazioni di titoli finanziari che non si possiedono (short selling) e la gestione degli investimenti alternativi, in pratica le operazioni speculative più rischiose. Ma in entrambi i casi, ha ricordato il Financial Times, il principale organo di controllo di Sua Maestà ha risposto nel modo più ovvio: “Adottando regole alternative che favoriscono banchieri e operatori finanziari”.

Le regole europee rientrano nel complesso e tortuoso iter di riforma dei mercati in agenda dallo scoppio della crisi ad oggi. Lo scorso mese di maggio, la European Securities and Markets Authority (Esma) aveva presentato un insieme di norme che avrebbero disciplinato la vendita allo scoperto. La Fca ha risposto esentando le banche operanti nelle piazze extra borsistiche (over-the-counter) dei derivati, ovvero in quei mercati che sfuggono abitualmente al monitoraggio e alla regolamentazione da parte delle autorità di vigilanza. Ad agosto, ha ricordato ancora il quotidiano britannico, è stata la volta della direttiva sugli investimenti alternativi. L’Europa insisteva per la separazione delle attività di gestione da quelle di promozione e vendita, la Fca ha respinto quest’ultima regola.

L’aspetto è particolarmente significativo, soprattutto per le questioni di principio che solleva. La separazione delle attività di amministrazione da quelle di vendita pensata per i fondi speculativi, gli hedge funds, che effettuano tipicamente le operazioni finanziarie più rischiose, mira infatti a combattere gli impliciti conflitti di interesse dei promotori finanziari. Troppo spesso l’identificazione tra il gestore del fondo (manager) e il promotore (broker) che punta a coinvolgere i potenziali investitori ha determinato la diffusione di valutazioni scorrette sul valore reale, e quindi sul rischio, dei titoli finanziari più complessi.

Perché la necessità di una valutazione obiettiva e quella del collocamento spesso non vanno d’accordo e quando a gestirle sono gli stessi soggetti il conflitto di interesse è servito. È così che i prodotti tossici si diffondono nei periodi pre (e post) crisi ed è così che i prodotti a rischio finiscono nel portafoglio dei risparmiatori inconsapevoli.

Il problema è che la normativa europea consente alle autorità nazionali di interpretare diversamente le regole qualora queste ultime, ricorda il Ft, siano in grado di spiegare opportunamente le loro ragioni. Esattamente ciò che ha fatto il Regno Unito.  La resistenza espressa dalla Fca britannica solleva però un problema più ampio. Dallo scoppio della crisi ad oggi, le proposte di riforma avanzate dall’Ue hanno trovato quasi sempre la ferma opposizione di Londra. Quando nel 2008 Bruxelles ha ipotizzato una prima regolamentazione delle attività degli hedge funds limitando la loro capacità di indebitarsi, ovvero di effettuare investimenti ingenti con capitali presi in prestito dalle banche (la cosiddetta leva finanziaria), la Gran Bretagna ha espresso totale contrarietà.

Il successivo dibattito sull’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie si è nuovamente scontrato con il secco no dell’esecutivo d’Oltremanica. Il premier David Cameron, da parte sua, non ha mai fatto mistero della necessità del suo governo di tutelare gli interessi del settore finanziario britannico, un comparto che impiega all’incirca 200mila operatori tra cui, ovviamente, i gestori dei fondi speculativi. Gli stessi, per altro, che nel primo decennio di questo secolo, come rivelò due anni fa ancora il Financial Times, hanno finanziato il partito conservatore britannico con erogazioni totali pari a 14,3 milioni di sterline.

Di fronte al sistematico rifiuto delle proposte di riforma verrebbe da chiamare in causa l’endemico euroscetticismo di Londra. Ma il problema è ovviamente più complesso. Come dimostrano le ricadute sul fronte interno. Nel corso degli ultimi anni, il sistema finanziario britannico è stato percorso da una serie infinita di scandali, come quello dei derivati truffa venduti con estrema leggerezza a commercianti e piccoli imprenditori, ad esempio, o il famigerato “cartello del Libor”, l’accordo clandestino tra alcune delle principali banche del Regno Unito che ha portato alla comunicazione di dati falsi sui tassi di interesse applicati nei prestiti concessi da un istituto di credito all’altro, il cosiddetto mercato interbancario.

Una frode che ha permesso alle banche di gonfiare il valore finale del tasso di riferimento (il Libor appunto, calcolato come media dei singoli interessi interbancari) incassando così guadagni illeciti sui mutui e i prestiti concessi alla clientela. Le vicende sono state clamorose, eppure, verrebbe da pensare, non sembrano aver insegnato granché all’autorità di vigilanza se è vero che nei giorni scorsi persino un quotidiano conservatore come il Daily Telegraph si è spinto a accusare apertamente quest’ultima di eccessiva timidezza tanto nell’attività di indagine quanto in quella sanzionatoria. Due pessimi requisiti per quella stessa authority chiamata a implementare i processi di riforma nel settore finanziario.