Il risultato è giusto. Non siamo ai Mondiali di Messico ’70, ma al Festival del Cinema di Venezia 2013 dove uno dietro l’altro, in Concorso, abbiamo visto Via Castellana Bandiera di Emma Dante e La moglie del poliziotto del tedesco Philip Groning.

E dalle colonne di un blog, dove si è liberi di commentare un film, ma soprattutto di stimolare una riflessione su un’opera d’arte, accostiamo i due film e proviamo a vedere perché la Germania vince a mani basse, segnando perfino il quarto gol di tacco.

La Germania va subito in vantaggio e il gol lo segnano il regista Groning e il montatore Hannes Bruun grazie al fatto che La moglie del poliziotto, ordinario apologo sulla quotidianità di una famiglia padre-madre-figlia con increspature sempre più forti di violenza domestica, dura 175 minuti ed è diviso in 60 capitoli con didascalia di chiusura e riapertura. Pregio formale che ha fatto infuriare i puristi della sceneggiata napoletana e del neorealismo italiano, abituati ai 90 minuti del parcheggio a pagamento fuori dal cinema, ma che ha dimostrato l’azzardo stilistico, la libertà di livellare, modificare, trasformare il tempo di un racconto a proprio piacimento. “L’ho fatto per permettere allo spettatore di entrare ed uscire dal film (non dalla sala, n.d.r.)”, ha raccontato Groning a fine match.

Secondo e terzo gol ancora di Groning in compagnia degli sceneggiatori del film proprio perché l’universalità del loro racconto sta nella mancanza di provincialismo nella messa in scena. Così se sulle strade del cinema italiano in Concorso si incontra un gruppo teatrale che rifà tic, idiosincrasie e mimica della sicilianità relegando l’impianto drammaturgico, senza leghismo alcuno, al di sotto della linea Gustav, ecco che ne La moglie del poliziotto la caratterizzazione di luoghi e culture d’appartenenza è delineata nelle linee esteriori (il paesino del Nord Reno Westfalia con le casine dal tetto a punta, l’accento nella parlata) ma sfumata, anzi totalmente cancellata, dall’approfondimento delle cosiddette psicologie dei personaggi.

E’ un modo di rapportarsi al mondo, di comunicare attraverso l’arte, che dimostra di non avere reticenze di fronte a chi vive oltre i propri confini nazionali. Il cinema di Groning potrà affaticare, annoiare, disturbare, “angosciare troppo” (come ha confidato ai vicini un importante recensore di un quotidiano italiano), ma sa farsi leggere/vedere, da un australiano come da un cinese, da un africano come da un argentino senza perdere il significato di ogni singolo frammento della visione.

Quarto gol di tacco, quasi a sorprendere la difesa. Ancora Groning a fine partita, perchè durante la conferenza stampa a Venezia 70 risponde prima in un inglese perfetto, poi in un italiano a dir poco commovente per attenzione alla sintassi e al significato delle parole. Insomma ancora una volta niente wurstel e krauti, mentre di là gli spaghetti al nero di seppia e l’italianità trasudano compiacimento culturale.

Essere la culla del classicismo comincia a pesare tantissimo. Urge un alleggerimento espressivo per comunicare il proprio cinema al pianeta terra. Attendiamo fiduciosi: ma siamo poi certi che pubblico e critica, prettamente nostrani, ci capiranno qualcosa?