cupramartititma - archeologiaDalle finestre aperte, all’ultimo piano, si vede lontano. Quasi si domina il paesaggio. Ma immediatamente prima, precipitando con lo sguardo, s’incontra la copertura della duecentesca Chiesa di S. Maria in Castello, le mura di cinta e le torri del castello del 1100. Poi, le alture con le pendici scoscese. Sulla sommità boscate con lecci, più giù variamente coltivate. Ancora poche le costruzioni. Poi facendo scivolare lo sguardo, prima la concentrazione di edifici, insomma l’agglomerato urbano, sezionato dal passaggio della ferrovia. Quindi la striscia di spiaggia, preceduta dalla linea di villini in stile liberty, e il mare. Che, azzurrissimo, sembra distendersi all’infinito. Siamo a Marano, il nucleo medievale, in posizione dominante, di Cupramarittima, una delle località turistiche balneari della Riviera delle Palme. Premiata dalla Bandiera blu per la pulizia del suo mare anche nella stagione in corso.

Le finestre sono quelle di Palazzo Cipolletti, un edificio che recupera nel 1700 una costruzione già modificata nel XII-XIV secolo, sede dal 1999 del Museo del Territorio. La dislocazione tutt’altro che centrale dello spazio museale, che evidentemente non ne facilita il raggiungimento, compensata dalla bellezza del borgo che lo ospita e dalla qualità dei materiali esposti. Provenienti non soltanto da Cupra e dal sua attuale territorio, ma anche da alcuni dei paesi contermini.
I tre piani nei quali si sviluppa il percorso di visita suddivisi secondo un evidente ordine cronologico. Con le testimonianze della civiltà picena sistemate al piano terra. Un elmo da Montefiore dell’Aso e un pugnaletto con un giavellotto e un’ascia da Cupra. Insieme alle armille, agli anelli, alle fibule e ai pendagli. E poi il corredo funerario di una tomba da Montefiore dell’Aso. Salendo al primo piano ci sono i materiali romani. Nelle quattro vetrine lucerne e piatti in sigillata italica, tappi di anfora e pesi da telaio. Con le iscrizioni e gli elementi di rivestimento, a parte. Così come un pannello nel quale compaiono le riproduzioni  di due celebri statue acefale, di età imperiale, conservate nell’atrio del Palazzo municipale di Osimo.

Infine, al secondo piano, nelle due sale con le pareti verdi, i resti faunistici e i materiali litici di età preistorica. Punte e frecce di differenti dimensioni e fattura provenienti da Altidona, Monterubbiano, Lapedona, Massignano, Campofilone, Grottammare e S. Elpidio a Mare, oltre che dal giacimento cuprense di Boccabianca. Un allestimento quello del Museo del Territorio che ha il pregio di fornire un coep d’oeil sull’archeologia di un vasto comprensorio. Di segnalarsi come un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia indagare il popolamento antico dell’area. Tuttavia con dei limiti dichiarati. Nella modalità della presentazione dei materiali, nelle loro didascalie, nella loro illuminazione. In sintesi, nell’allestimento. Sfortunatamente, non all’altezza della qualità delle collezioni archeologiche. In ogni caso un Museo al quale non si può che guardare con simpatia. Tanto più che la sua creazione è avvenuta in pendant con quella del parco archeologico, con il foro della città romana.

Dalla SS. 16 Adriatica, alla periferia nord del paese, tra le insegne di Camping e Hotel, non è difficile scorgere quella che segnala il sito. Per decenni contraddistinto dall’incuria e dal prolungato abbandono. Ora recintato a comprendere una area di circa 32 ettari, in accentuato pendio verso la strada. Nella quale è dominante la presenza degli ulivi.
Dall’ingresso al parco si può raggiungere facilmente uno degli accessi antichi, seguendo un sentiero elegantemente segnalato a terra da bassi elementi in acciaio forniti anche di illuminazione. Costeggiando un sepolcro del quale si conserva la struttura in opera cementizia e alcuni resti, crollati dal pianoro soprastante. Guadagnata la spianata sulla quale si estendeva la città lo spettacolo è notevole. Non si può non essere rapiti dalla posizione privilegiata del sito. Dalla possibilità di poter godere di una vista straordinaria.

cupramarittima -archeologiaSfortunatamente non di quanto scavato a partire del 1700. Il foro rettangolare, sorretto su uno dei lati da un imponente muro di terrazzamento. Foro sul quale si aprivano il podio di un tempio, due archi onorari ed un’altra struttura, identificata in una basilica. Queste strutture e le altre rinvenute nella campagna di scavo 2011-2012 sono state ulteriormente recintate e quindi risultano inaccessibili. “Da fuori” se ne percepisce la grandiosità, se ne intuiscono le sagome. Purtroppo niente di più. Almeno per ora. Né ci sono pannelli che con notizie e immagini tentino di supplire all’impossibilità di osservare quel che rimane. Magari informando anche sulle novità emerse dalle indagini in corso. Non rimane dunque che girovagare nel terreno esterno all’area di scavo in cerca di altre strutture. Mancando anche una pianta con la localizzazione dei diversi resti visibili. In ogni caso, la fatica è premiata. Lassù, in alto, quasi al limite della recinzione del parco, c’è una tettoia a copertura di “qualcosa”. E’ quanto rimane di un ambiente, con pavimento in opera spicata. Anche in questo caso di informazioni neanche a parlarne. Al turista non rimane che provare a fare qualche ipotesi.

Quindi ci si avvia ad uscire dal parco con la sensazione che molto sia stato fatto. Ma anche che in fondo rimanga non poco da fare. Che le promesse iniziali siano state almeno in parte tradite dalla fruizione impedita. Da tempo.

Ma c’è dell’altro sul quale soffermarsi. Lungo l’Adriatica, ormai all’ingresso di Cupra, una villa romana con ninfeo. Ambienti termali e produttivi con pavimenti musivi. Se si procede in macchina e non se ne conosce l’esistenza è più che probabile non riuscire a vederli. D’altra parte anche nel caso contrario non va molto meglio. Le strutture all’interno di un’ampia recinzione che le preserva, ma che non ne agevola la fruizione, sono segnalate in maniera inadeguata. E’ vero, ci sono due pannelli che raccontano la storia dell’impianto. Ma sono sistemati così all’interno che ne risulta impossibile la lettura.

Anche qui le nuove costruzioni continuano a cannibalizzare spazi  da sempre in edificati. Ma la bellezza delle spiagge, piatte, di sabbia chiara, finissima, rimane dominante. L’ambiente naturale mantiene il suo fascino. Che l’archeologia, quella romana dell’abitato e quella picena delle necropoli, esalta. Anche se non ancora come potrebbe. Ma almeno in questo caso, forse, vale la pena di accontentarsi. Guardare al bicchiere mezzo pieno, insomma.