Le misure sull’Imu varate ieri dal Governo sono state dettate da esigenze politiche, poco sensate sul piano economico. Restano molte incertezze sulle coperture e sui finanziamenti ai comuni. E la service tax che entra in vigore dal 2014 è avvolta nelle nebbie di decisioni ancora tutte da prendere. 

di , 29 Agosto 2013, lavoce.info

La transizione 

“Grande vittoria di Silvio Berlusconi, abolita l’Imu” come titolano i giornali? Dal prossimo anno, niente più tasse locali sugli immobili? Tutti felici? E i comuni come si finanziano? Più che altro si tratta di un grande pasticcio, dettato da esigenze politiche e mediatiche, poco sensate sul piano economico. Ma vediamo di capirci qualcosa, andando per ordine. Cominciamo dal 2013.
L’unica cosa certa è che la prima rata dell’Imu 2013 sulla casa di residenza abituale, bloccata a giugno, è definitivamente abolita. Quei soldi non si dovranno più dare. È anche abolita la seconda rata dell’Imu sugli immobili delle società costruttrici destinati alla vendita, ma non ancora venduti. Ed è introdotta la possibilità di portare in deduzione per imprese e professionisti l’Imu pagata sugli immobili, per il 50 per cento, dalle imposte sui redditi, Irpef e Ires (non Irap).

Dove si trovano i soldi per finanziare queste riduzioni di imposte? Da un taglio del 10 per cento delle spese per gli acquisti intermedi dei ministeri e degli investimenti fissi e da un’accelerazione dei pagamenti dei debiti della pubbliche amministrazioni per circa 7 miliardi nel 2013. Questi naturalmente sono un costo (aumentano il debito pubblico), ma sui pagamenti ricevuti le imprese pagano l’Iva, che è invece un incasso netto per lo Stato. Sono anche un’entrata pro-tempore, non strutturale.
E i comuni come sono compensati per l’abolizione della prima rata dell’Imu? Lo Stato mette a disposizione a partire dal 5 settembre 2,5 miliardi di euro. È dubbio però che queste risorse siano sufficienti, visto che per il 2013 molti comuni avevano incrementato le aliquote Imu del 2012, e i 2,5 miliardi fanno riferimento al gettito 2012. Non solo. Non è chiaro neanche come le risorse saranno ripartite tra i comuni, se a un’aliquota standard uguale per tutti (ma allora i comuni che l’avevano aumentata per coprire le spese come faranno?) oppure alle aliquote effettive.

In questa situazione di incertezza, molte amministrazioni comunali, a cominciare da Milano e Roma, non hanno ancora chiuso i bilanci per il 2013: è facile prefigurare che ora aumenteranno al massimo le aliquote dell’Imu prima casa, contando sul fatto che la seconda rata non verrà comunque pagata dai propri cittadini e che lo Stato sarà costretto a compensarle per il mancato gettito Imu all’aliquota più elevata. E i comuni più efficienti, quelli che hanno già chiuso i bilanci? Peggio per loro.

Che succede alla seconda rata dell’Imu sulla prima casa, quella di dicembre 2013? Non si sa. C’è un impegno politico ad abolirla, ma al momento non ci sono i soldi e dunque per la copertura tutto viene rimandato alla legge di stabilità. Aspettiamo fiduciosi. Anche perché ora una caduta del Governo diventa davvero più difficile, perché altrimenti la seconda rata Imu dovrebbe essere pagata e, per le ragioni già dette, all’aliquota più alta: nessuna forza politica può correre il rischio di andare alle elezioni con un simile fardello.

Nel frattempo, con il decreto approvato ieri, sono state fatte altre due cose. È stata ridotta la cedolare secca sugli affitti, dal 19 al 15 per cento. La cedolare secca e i meccanismi di dichiarazione degli affitti a essa associata, che secondo la Ragioneria avrebbe dovuto portare a un’emersione degli affitti in nero per il 75 per cento del totale, non ha in realtà funzionato. Ora lo Stato ci riprova, tagliando ulteriormente l’aliquota.

Nel frattempo (e questa sì che è un’innovazione utile) viene reintrodotta la tassazione in sede Irpef delle rendite catastali sugli immobili di proprietà, non adibiti a prima residenza e non locate, così eliminando l’assurda discriminazione per cui sulle case non locate si pagava solo l’Imu, mentre su quelle locate, l’Imu e le tasse sul reddito o la cedolare secca. Solo il 50 per cento delle rendite catastali sarà tassato in sede Irpef, ma siccome il Governo Monti aveva più o meno raddoppiato le rendite al momento dell’introduzione dell’Imu, i contribuenti persone fisiche pagheranno all’incirca quanto pagavano prima dell’introduzione dell’Imu (circa 2 miliardi di gettito).

A regime
E a regime? Come funzioneranno le cose a partire dal 2014? Davvero non ci sarà più l’Imu? La risposta onesta è che non si sa.

A partire dal 2014, i comuni verranno finanziati con una nuova imposta, detta “service tax” (gli anglicismi piacciono, si vede che se i contribuenti pagano un’imposta in inglese sono più contenti).  Tale service tax è ancora largamente indefinita nelle sue caratteristiche e verrà probabilmente discussa e approfondita nei prossimi mesi (cioè troppo tardi, visto che i comuni l’imporranno a partire dal 2014 e prima di allora ci sono ancora molte cose da definire), a partire probabilmente dai decreti attuativi sul federalismo del 2012 di calderoliana memoria che già la prevedevano.

Quello che si sa, perché c’è una nota politica del Governo del 28 agosto e perché di varie ipotesi di service tax si parla nel documento di Fabrizio Saccomanni reso pubblico il 6 di agosto, è il seguente. La nuova imposta, che dovrebbe sostituire anche l’attuale Tares (un’imposta comunale, 30 centesimi al metro quadro, ma che va a finanziare lo Stato), sarà divisa in due componenti, Tari e Tasi.
La Tari è un’imposta sui rifiuti e prende il posto dell’attuale Tarsu, la tassa sui rifiuti urbani (per i comuni che ancora ce l’hanno) o della Tia (la tariffa comunale sui rifiuti) per i comuni che già l’hanno adottata. Basata sul principio di “chi inquina, paga”, dipende sostanzialmente dalla superfice dell’immobile, dal numero dei componenti del nucleo familiare e, per le imprese, dalla tipologie della produzione. Non è chiaro quali spazi di azione avranno i comuni nella determinazione di questa imposta, ma siccome deve sostanzialmente garantire la copertura della spesa per la raccolta rifiuti, come già fanno la Tarsu e la Tia, non ci dovrebbero essere effetti rilevanti di gettito rispetto alla situazione attuale.
Molto più misteriosa è invece la Tasi, l’imposta sui servizi indivisibili. Le viene attribuito il compito di sostituire l’Imu sull’abitazione di residenza, e il Governo si è impegnato a garantire ai comuni gli stessi spazi di azione su questa imposta che avevano sull’Imu prima casa. Dunque, la Tasi deve valere attorno ai 6 miliardi di euro (nel caso che i comuni sfruttino al massimo gli spazi di azione).

Chi paga la Tasi? Affittuari e proprietari, inclusi naturalmente i proprietari residenti. L’idea è che i servizi comunali indivisibili vanno a vantaggio sia di chi vi risiede – e dunque la devono pagare i residenti, compresi gli affittuari – sia dei proprietari, perché i servizi aumentano il valore degli immobili. Su che cosa si paga la Tasi? Non è chiaro. Sarà il comune a scegliere come base imponibile la superfice o il valore catastale dell’immobile. È dunque del tutto possibile che il comune decida di reintrodurre la base imponibile Imu per il pagamento dell’imposta. E nella maggior parte dei casi sarebbe probabilmente un’ottima idea, nonostante i ben noti limiti dell’attuale catasto, altrimenti il proprietario di una casa di 100 metri quadri in periferia pagherebbe quanto il proprietario di un attico della stessa dimensione nel centro della città.

In termini grossolani,  rispetto all’Imu attuale, la Tasi trasferirirà parte dell’onere tributario dai proprietari agli affittuari, che sono generalmente più poveri. Dunque, un trasferimento dai poveri ai ricchi o ai meno poveri, nella migliore tradizione nostrana. Anche se è probabile che l’Imu fosse già in parte traslata sugli affittuari sotto forma di affitti più elevati e dunque l’effetto reale sarà forse più limitato di quello formale. 

E per il contribuente residente e proprietario dell’abitazione che cosa cambia? Pagherà di meno o di più rispetto a ora, con l’Imu prima casa? Non si sa. Siccome i comuni, o almeno alcuni comuni, dovranno comunque tener conto della superfice, è probabile che ci guadagneranno quelli che vivono in case di grande valore (catastale) e ci rimetteranno tutti gli altri. Resta naturalmente un mistero perché la maggior parte degli italiani dovrebbe essere contenta di questo passaggio, tant’è che l’abolizione dell’Imu era diventato il mantra di tutte le forze politiche e non solo di Berlusconi.