La tragica morte di un paziente ricoverato all’Ospedale di Grosseto, al quale era stata erroneamente somministrata una trasfusione di sangue destinata ad un altro paziente, riporta all’attenzione del pubblico il grave e difficile problema legale, etico e professionale dell’errore medico. E’ un problema importante, sul quale vengono effettuati studi in tutti i paesi del mondo; merita una attenta considerazione.

Gli errori medici possono essere grossolanamente divisi in errori banali (o evitabili) ed errori non banali (non evitabili). L’errore non banale è quello che si commette anche quando tutte le procedure previste sono state messe in atto nel modo migliore: esempi tipici sono molti errori diagnostici, a causa dei quali il medico ritiene che il paziente sia affetto da una malattia diversa da quella effettivamente in atto. Ovviamente non tutti gli errori diagnostici sono inevitabili: alcuni sono invece colposi. L’errore non banale è una conseguenza del fatto che la medicina è un’arte difficile, nella quale si incontrano molti casi atipici; una causa frequente è la scarsità del tempo disponibile al medico per seguire ogni paziente (a volte il paziente muore prima che sia stato possibile studiarlo adeguatamente). Lo strumento di indagine più probante (ma non l’unico) per questo tipo di errore è il confronto tra la diagnosi clinica, effettuata mentre il paziente è in vita, e quella autoptica, ritenuta certa. Secondo uno studio autorevole, discrepanze importanti tra le diagnosi clinica e autoptica si verificano nel 25% delle autopsie, ma non naturalmente nel 25% delle diagnosi cliniche: infatti sono sottoposti ad autopsia solo i casi dubbi, nei quali presumibilmente la frequenza dell’errore diagnostico è più elevata.

L’errore medico banale è causato dall’erronea applicazione di una procedura che in sé dovrebbe essere adeguata, e dovrebbe essere più facilmente evitabile. Il confine con l’errore non banale può essere impreciso (quanto correttamente sono state applicate le procedure previste?). Un esempio tipico di questo errore, che configura una colpa professionale dei sanitari, è la somministrazione di una terapia sbagliata: destinata ad un altro paziente, come nel recente caso di Grosseto, o semplicemente diversa da quella prescritta, spesso per una somiglianza tra il nome o la confezione del farmaco prescritto e quello somministrato.

A quasi quindici anni dalla sua pubblicazione lo studio fondamentale in materia rimane il rapporto “To err is human: building a safer health system”  del 1999, che attribuisce all’errore medico evitabile tra 44.000 e 98.000 morti all’anno nei soli Stati Uniti (una cifra superiore a quella degli incidenti stradali o dell’AIDS). Perché viene commesso l’errore evitabile? Se si indaga caso per caso si trovano infinite piccolissime cause: il medico o l’infermiere responsabile era stanco per un turno troppo prolungato, era stato interrotto durante la preparazione della terapia, una cartella clinica era stata scambiata, etc. Per il profano è difficile immaginare come possa essere commessa una leggerezza in una procedura dalla quale dipende la vita di un paziente: ma si deve considerare che un grande ospedale ospita molte centinaia di pazienti, ciascuno dei quali segue varie terapie con somministrazioni multiple nella giornata: è realistico stimare che in un anno vengano effettuati alcuni milioni di somministrazioni terapeutiche. Anche se l’incidenza dell’errore terapeutico fosse soltanto di un errore per milione di somministrazioni, dovremmo attenderci vari errori ogni anno, fortunatamente non tutti letali.

E’ importante sottolineare che indagare statisticamente le cause degli errori medico-infermieristici non comporta giustificarli: la colpa professionale è perseguita dalla legge, a prescindere dalle statistiche. Lo scopo degli studi statistici è quello di individuare le cause degli errori sanitari e ridurne il più possibile l’incidenza. Purtroppo la riduzione dell’incidenza dell’errore ha costi economici non trascurabili: occorre infatti che il personale sia correttamente formato e aggiornato, che svolga turni di servizio non gravosi, che segua un numero limitato di pazienti. Infatti il personale sanitario è mediamente costituito da individui preparati e dediti al proprio lavoro che spesso sono costretti a svolgere in condizioni difficili o comunque non ottimali, che favoriscono gli errori evitabili.