Parte la settantesima edizione della Mostra del cinema di Venezia, tra le solite tante domande, che quest’anno, meno di sempre, sottintendono toni di polemica, perché forse in questo momento storico non c’è più neanche la forza e la voglia di polemizzare, soprattutto su una cosa, il cinema, che sempre più sembra essere lontano dall’attenzione della gente.

Perché quell’inutile voragine dove doveva nascere il nuovo palazzo del cinema è ancora lì? Perché è così complicato e oneroso mangiare dormire bere?

C’era da sottolineare con fierezza e orgoglio che per la prima volta un documentario è stato inserito nel concorso ufficiale, nove anni dopo che a Cannes un documentario venisse premiato conla Palma d’oro?

Perché una cena ufficiale di festeggiamento di uno dei pochi film infarciti di star deve costare, tutto compreso, quanto uno dei film italiani in selezione?

Perché i giornalisti raccontano sempre più di abbigliamento, di menu, di tradimenti e sempre meno dei film?

Quanto è preoccupante che quest’anno non ci siano i soliti film Cattleya e Fandango?

E Medusa che fine ha fatto?

Perché la sera piove?

Una domanda più complessa e profonda l’ha posta la Mostra a settanta registi che hanno deciso di rispondere con altrettanti cortometraggi proiettati quale evento speciale: cos’è il futuro, del cinema e non?

Le risposte sono state curiose come quella di Bertolucci, geniali come quella di Egoyan, divertenti come quella di Maresco, fermamente commoventi come quella di Mereu, decisamente realistiche come quella della Breillat, spensieratamente nichiliste come quella di Pereda,  alcune anche spiazzanti; altre sono state delle non risposte; altre rispondevano ad una domanda che non sembrava essere quella di partenza. La visione complessiva dei centoventi minuti di proiezione dei settanta corti lascia un senso generale di smarrimento e di resa di fronte al futuro.

La speranza, la voglia di reagire e di ribellarsi, di riprenderselo in mano questo futuro, che da spettatori francamente ci auguravamo un po’ più diffusi, in fondo, ce lo regalano solo due donne, due figure di madri: quella della Neshat, che con il suo disperato e deciso  incedere con il figlio colpito tra le braccia, fa arretrare i soldati che imbracciano i fucili; quella meravigliosamente vecchia tenera premurosa e sofferente di Kim Ki Duk, che felice di averlo a pranzo prepara un semplice piatto da mangiare al figlio, regista.