Inserita d’ufficio tra i sostenitori di Bashar al Assad, la Cina è il Paese di cui si parla di meno nel passare in rassegna quanti hanno da dire la loro sull’ipotesi di un azione militare in Siria. Il no di Pechino a un’operazione avallata dall’Onu è dato per sicuro. La Repubblica popolare aveva inizialmente dato il proprio sostegno al presidente siriano, per defilarsi però a poco a poco. La parola d’ordine sulla stampa ufficiale è cautela, sebbene le ali più nazionaliste, che trovano spazio sul Global Times, pensino che se le forze che si oppongono all’azione militare non dovessero riuscire nel loro obiettivo allora la Repubblica popolare dovrebbe sostenere Assad nella resistenza.

L’intervento militare non farà che peggiorare la situazione, questa per adesso la posizione di Pechino che chiede alle Nazioni Unite di svolgere al meglio indagini “imparziali” sui presunti attacchi chimici. “Non bisogna fare dichiarazioni affrettate prima che la verità emerga e non bisogna usare la presunzione di colpevolezza come pretesto per un’azione unilaterale”, scrive l’agenzia Xinhua.

Se tra i commentatori c’è chi ritiene che tra i corridoi di Zhongnanhai, il Cremlino cinese, ci si sia pentiti del via libera alla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza che nel 2011 impose una zone di interdizione al volo sulla Libia – ma nella pratica degli attacchi contro Gheddafi fu interpretata in maniera molto più estensiva – l’esempio storico su cui preme la stampa della Repubblica popolare è quello iracheno e la vicenda delle presunte armi di distruzione di massa che non furono mai trovate, usate da Bush jr. per giustificare l’attacco contro il regime di Saddam. Neanche l’accostamento della situazione siriana al “modello Kosovo” è facilmente accettabile dai cinesi, la cui ambasciata a Belgrado fu bombardata per ‘errore’ durante i raid Nato del 1999.

“L’Iraq non deve essere un modello per la Siria”, scrive il Quotidiano del popolo, voce ufficiale del Partito comunista, “l’essenza della guerra in Iraq fu aggirare l’Onu e cambiare il governo di uno Stato sovrano con la forza”. Pechino resta ferma a uno dei principi base della propria politica estera: la non ingerenza nelle vicende interne di altre nazioni.

Principio cui si appella ogni volta che le critiche internazionali puntano il dito contro il pugno di ferro usato per affrontare tra le altre, le questioni tibetana e uigura. Nodo, quello della minoranza turcofona e musulmana dello Xinjiang, in cui la retorica internazionale della lotta al terrorismo islamico ha dato a Pechino argomenti per giustificare la repressione e i controlli serrati nella regione al confine con i vari ‘Stan’ dell’Asia centrale, sostenuti anche dalle notizie sui campi d’addestramento dei miliziani in Siria o Turchia.

“L’aggravarsi del conflitto siriano ha svelato una scomoda verità celata dietro la politica di non interferenza: anche se volesse influenzare gli eventi, Pechino non può fare molto”, scrive la Reuters in un’analisi sulla posizione cinese. Sebbene la Cina abbia pochi interessi in Siria, ha la necessità di garantire stabilità nel Medio oriente, regione da cui importa la gran parte del petrolio che consuma, con i Paesi del Golfo e l’Iran come maggiori fornitori.

Anche se il governo dovesse decidere di andare contro il principio di non-ingerenza, a mettere un freno sarebbero i dubbi sulle proprie capacità militari. Negli ultimi anni le spese per la difesa e la modernizzazione della macchina militare cinese sono stati al centro dell’attenzione degli osservatori. Tuttavia le reali capacità cinesi non sono mai state messe alla prova, ricorda l’agenzia britannica, e l’ultima volta che l’Esercito popolare di liberazione è entrato in azione fu contro il Vietnam nel 1979 con risultati tutt’altro che apprezzabili. Il generale in congedo Xu Guanyu mette inoltre in risalto la scarsa conoscenza cinese della regione. “La Cina” spiega, “non sa cosa stia avvenendo realmente in quei Paesi”.

di Joseph Zarlingo