Non risponde a domande su Obama e il possibile attacco in Siria, ma annuncia di aver “acquistato un satellite per controllare che in Sudan non perseverino le atrocità”. Il divino George Clooney versione astronauta senza gravità, non smette di stupire i suoi fan, equamente composto da ambo i sessi che da sempre ne apprezzano sex appeal, intelligenza, impegno politico ed ironia. È lui, di fatto, la vera star di Venezia 70 coprotagonista di Gravity, il visionario e potente film d’apertura della Mostra, su cui stasera ufficialmente si alzerà il sipario. 

“Non fatemi domande politiche per una volta, preferirei mi chiedeste cosa penso di Ben Affleck che sarà Batman!”. Campione di levità e sorrisi da copertina, George ha preso molto sul serio il ruolo di Kovalsky, l’astronauta che insieme alla dottoressa Ryan Stone (una Sandra Bullock in formissima) è addetto a una missione su una stazione spaziale americana. I due – unici personaggi – fluttuano in 3D, dall’inizio alla fine dell’opera tenendo lo spettatore col fiato in sospensione. Un’odissea nello spazio della sopravvivenza metafora della resistenza estrema e di molto altro. Dice Cuaròn, messicano hollywoodiano ma dagli esordi profondamente indie con Y tu mama e tambièn, che la vera sfida era quella di “indagare azioni e reazioni umane alle leggi della non-gravità. Per farlo abbiamo fatto ricerche accurate, incontrato professionisti, cercando di capire cosa si prova e come ci si comporta nello spazio. 

La tecnica cinematografica utilizzata ha previsto molta animazione, gli attori hanno dovuto provare all’infinito su performance astratte”. Insomma, una faticaccia per un film che dal 3 ottobre Warner Bros non mancherà di proporre in centinaia di copie.

E di “faticacce” ha parlato anche l’immenso Bernardo Bertolucci, presidente della giuria del concorso Venezia 70 che oggi ha fatto la sua prima apparizione ufficiale in conferenza stampa di apertura di lavori. “Ho rifiutato il primo invito di Barbera, avvenuto verso gennaio. Poi lui ha insistito con una lettera strappacuore a cui non ho potuto resistere e ho accettato”. Bertolucci, già presidente di giuria alla Mostra esattamente 30 anni, ha detto chiaro e tondo che il film deputato “a vincere il Leone d’oro dovrà sorprendermi molto, e superare ogni mio genere di speranza sul cinema”.