Non prendetemi sul serio.

Era il nuovo anno. Al tempio rividi l’ambulante cinese con il berretto di Babbo Natale e un marsupio pieno di accendisigari. Non era freddo, era un mattino clemente di sole e possibilità. Dario era sdraiato sulla panca del tempio, eccola la sua notte di Capodanno, lo guardavo con interesse, cercando di sottrargli un qualche segreto di quella posa abbandonata, il senso stesso di certa deriva o abbrutimento. In fondo gli invidiavo un tale stravolgimento del corpo e dello spirito, io non ero in grado, ero lucida sempre e didascalica nelle mie rivendicazioni stolte velenose.

Sballati va, mi esortava un amico un tempo, non era un vero amico. Lui prendeva le anfetamine e andava in crisi ipertensiva. Poi si pappò il cervello, è andato fuori. Finisce a tutti così. Sono le ultime luci signori, salii sopra la panca, mi misi a urlare, a declamare anzi, con una capacità di persuasione devo ammettere non comune. Mi sentivo tanto partecipe, avete presente il professore de L’attimo fuggente? Proprio lui. Era Robin Williams, il professore John Keating, salì sulla cattedra, era lui? Sì? Era l’austero collegio di Welton. Allora ho fatto lo stesso, sono salita sulla panca, signori, urlavo, sono le ultime luci. Carpe diem sapete. Mentre Dario dormiva strafatto.

Sono tornata al tempio. Smetterò di tornarci prima o dopo. Smetterò di scrivere di libri che non ho mai letto. Oppure comincerò a leggere sciocchezze, or bene, aspettatevi la cattiveria, mi spiace, sul serio. Gesticolavo. Il pederasta chiedeva soldi ai passanti. Ehi, non facevi il posteggiatore una volta? Fingeva di non sapere, non sentire. Hei, non chiedermi da accendere allora, intesi? Il pederasta fotografava una masnada di giapponesi con le infradito.

Cercate nei post precedenti, e li troverete ancora, con i geloni ai calcagni. L’inglese che vendeva sushi al porto girava con una strana bici, con il Faust di Goethe nel cestello. Ma uno normale, no? Mi ha chiesto lo psicoterapeuta un bel giorno. Ho detto no.

E poi uno psicoterapeuta non chiede così, così poteva chiedere un collega, uno scrittore di romanzi siciliani dove trovi dentro la Sicilia che ti aspetti, un marranzano, una guantiera di cannoli, una lupara. E noi destinatari dovremmo pure saltare sulla sedia e gridare al capolavoro: inaudito inaudito, scandendo bene le lettere, qui siamo di fronte al più grande romanzo del secolo sulla Sicilia delle carraie, anzi no, delle trazzere, delle coppole conficcate sulla nuca di poveri diavoli, di donne beghine, nere, con la pelle raggrinzita da fare schifo. Ma chi sono costoro? Li avete mai visti? Su, la verità. Per favore per favore. Chiuso, massimo 50 righe, taglio basso, o una breve senza foto. Abbiate pazienza, non prendetemi sul serio.

(continua)