Non so quanto resisterà la commozione per i bambini soffocati dal gas nella Siria che brucia. Ogni giorno un massacro, ormai non li sopportiamo con addosso il problema dell’arrivare a fine del mese. Siria, Egitto, Libia, Iraq, Libano, posti lontani che la memoria confonde nelle nostre città minacciate dall’invasione di chi scappa. Leghe e consociate si armano per ributtarli in mare. Anche i giornali fra un po’ voltano pagina, perché le stragi fanno notizia appena calde, ma dopo tre giorni diventano storie che stancano i lettori e confondono la geografia della paura, anche se il palcoscenico non cambia.

Sempre l’altra sponda dove pompiamo petrolio, costruiamo autostrade o stendiamo pipeline per difendere le comodità che tremano. Cambiano i nomi, le vittime restano le stesse. Subito allontanate dalla nostra quotidianità, anche se è psicologicamente complicato dimenticare 355 corpi non straziati dalle bombe. Persone addormentate con una smorfia di dolore testimoniano la violenza che scandalizza la cultura delle forze armate. Corpi che mantengono la compostezza di chi attraversa la vita senza essere sbranato dagli scoppi che la tradizione prevede.

Comprensibile lo sgomento dei palazzi d’Europa e l’indignazione della Casa Bianca. Uccidere col gas non si può. Inciviltà insopportabile, quando il bon ton dei dottor Stranamore offre un immenso campionario di massacri considerati regolari. F-35, atomiche in cantina, missili e mitraglie autorizzate a sparare con risultati eccellenti: 800 mila iracheni (quasi sempre famiglie, vecchie signore, ragazzi fra i banchi di scuola) vittime nelle due campagne del Golfo.

E 100 mila siriani nei due anni della rivolta. Eliminati come i protocolli prescrivono, non uccisi dal gas nervino o fosforo bianco. Resiste il sospetto che le cancellerie siano informate da quali officine escano le nuvole fatali, ma giocano a scacchi per arrivare ai compromessi. Qualcuno prima o poi farà la spia. È successo mentre si combatteva Saddam Hussein. Salam Ismael, medico in un ospedale di Londra, si angoscia per le immagini Tv di Fallujah, la sua città liberata dagli americani di Bush. Organizza soccorsi e torna a casa: corpi di amici e familiari si sciolgono fra le macerie, nei giardini, lungo le strade o rannicchiati sui letti senza una ferita. Bruciati dal fosforo bianco. Chiede spiegazioni. Impacchettato, espulso.

Il problema è che bombardieri, carri armati (ormai ecologici per non inquinare il paesaggio), droni precisi come orologiai fanno girare l’industria e tengono a galla il Pil del mondo civile. Migliaia di operai al lavoro perché il lavoro rende liberi mentre gas e fosforo possono uscire da piccoli laboratori, insomma nessun vantaggio. Senza contare che il gas quasi mai perdona, mentre il budget dei conflitti prevede ospedali e trasporto feriti nelle cattedrali medico-militari: Francoforte per esempio. Allarga l’occupazione, la Borsa respira. Gli sventurati che con delicatezza postuma chiamiamo “caduti” sono disgrazie inutili mentre i feriti fanno girare gli affari.

Da sempre il dramma dell’altro Mediterraneo è perseguitato da interessi economici. Gli egoismi coloniali delle potenze che un secolo fa hanno disegnato l’interminabile tragedia, un secolo dopo “per amore della pace” provano a mettere i cerotti. Continua il sonno della ragione e il trionfo dell’ipocrisia.

Il Fatto Quotidiano, 27 Agosto 2013