Emma Bonino è stata chiara:“non c’è una soluzione militare” alla crisi siriana. L’Italia darà il suo contributo alla ricerca di una soluzione pacifica al conflitto tra il regime di Damasco ed i ribelli, escludendo però di mobilitare l’esercito, in assenza di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Risoluzione, allo stato attuale, piuttosto improbabile a causa del veto di Mosca e di Pechino.

Il ministro degli Esteri Bonino, ha inoltre accennato ad un possibile intervento della Corte Penale dell’Aja, poichè “l’uso di armi chimiche caratterizzato da sistematicità e consapevolezza contro i civili è un crimine di guerra ai sensi dello Statuto della Corte”. In realtà la situazione di stallo in Consiglio di Sicurezza non fa intravedere la possibilità che Cina, e soprattutto Russia, possano rimuovere il veto, posto fino ad oggi, ad eventuali  ingerenze della comunità internazionale nella questione siriana.

Quindi il niet vale anche per un indagine internazionale sulle gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate in Siria. In base all’art 13 dello Statuto di Roma, infatti, la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza consentirebbe all’ICC di intervenire anche se il governo di Damasco non ne riconosce la giurisdizione. A gennaio, una petizione firmata dai rappresentanti diplomatici di una sessantina di stati, aveva lanciato un appello alle Nazioni Unite, chiedendo che l’Aja fosse investita del compito di indagare sui crimini commessi ma, in quell’occasione, non arrivò solo il no della Russia ma anche quello degli Stati Uniti: “[Bashar al-Assad] potrebbe rientrare nella categoria dei criminali di guerra.

Ma tale definizione, rischierebbe di limitare, ed escludere, la possibilità che egli scelga autonomamente di arrendersi” aveva detto Hillary Clinton durante una conferenza stampa Ora, invece, a distanza di mesi gli Usa hanno cambiato idea e vorrebbero abbattere il dittatore, nonostante le pesanti ombre sulle violazioni compiute da parte dei ribelli, cosi come denunciate da Amnesty International, che vorrebbe vedere alla sbarra all’Aja anche quei leader dell’opposizione ad Assad che si sarebbero macchiati di crimini contro l’umanità.

“Nonostante le maggiori atrocità siano state commesse dal regime, Amnesty ha notizia di crimini di guerra, compiuti anche dagli oppositori, inclusi uomini del Free Sirian Army (FSA).” ha fatto sapere la settimana scorsa Ann Harrison, la portavoce per il NordAfrica ed il Medio Oriente dell’organizzazione. A questo punto, se l’attacco a Damasco fosse davvero questione di giorni, la possibilità che la Corte Penale Internazionale venga, ad un certo punto, investita del caso, potrebbe farsi più concreta.

Depone a favore di questa tesi il precedente della Libia: in quel caso, il veto posto in Consiglio di Sicurezza, cadde dietro garanzia di “immunità” nei confronti dei militari di stati che non hanno ratificato lo Statuto di Roma.Un problema, a dire il vero, che in quell’occasione ha limitato di molto lo spazio di manovra dell’ICC.

Altra insidia è rappresentata dall’utilizzo della “minaccia” di un’incriminazione all’Aja come mezzo di pressione politica, nella speranza di far desistere Assad e costringerlo alla resa, in cambio di un “salvacondotto”, come quello garantito nel 2003 al presidente liberiano George Taylor. 

D’altronde le parole di Hillary Clinton, a cavallo tra un ragionamento in punta di diritto (crimini contro l’umanità) ed uno squisitamente politico (la possibilità che Assad lasciasse) sono un eccellente riassunto dei problemi ricorrenti che la Giustizia Penale Internazionale si trova ad affrontare. Descrive molto bene la situazione Betcy Jose, avvocato e ricercatrice di scienza politica, in un commento per il sito di Al Jazeera: “La comunità internazionale [qualora il caso della Siria fosse riferito all’Aja] non può lasciare il “lavoro sporco” alla Corte. Il rischio, altrimenti, è di minarne l’imparzialità e la credibilità”.

Lavoro sporco che la Corte non potrebbe, certamente, svolgere a conflitto in corso.