Si fa presto a dire “abbiamo la Costituzione più bella del mondo”. Una Costituzione moderna, che rappresenta tutti i diritti fondamentali. Una Costituzione che va difesa a spada tratta. Parole importanti.

Pochi però si domandano realmente quanto della nostra carta sia stato attuato oramai oltre 65 anni di distanza (approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947). Iniziamo tale ardito percorso, nei suoi passaggi fondamentali, con la riesumazione delle sacre vestigia.

L’art. 1 statuisce che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” mentre sappiamo come lo Stato non realizzi tale principio, con un regime fiscale che disincentiva il lavoro. Dunque non fondata ma affondata. Nel secondo comma è scolpito che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Quando invece ben sappiamo che sia con lo strumento della legge elettorale (porcellum), sia attraverso lo strumento oligarchico partitocratico, quanto con la vanificazione degli strumenti di democrazia elettorale (si pensi al referendum sull’abrogazione del finanziamento ai partiti), tale principio è stato soppresso. Una sovranità (e una democrazia) espropriata.

L’art. 2 sancisce che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Ora che li riconosca non si discute, mentre assai dubbio è che li garantisca posto che un sistema giustizia gravemente inefficiente è esso stesso causa di tale violazione.

Ma veniamo alla parte più oscena. L’art. 3 recita che Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”. Pare quasi superfluo osservare come in questi ultimi decenni si sia accentuata la diseguaglianza, tra poveri (sempre di più) e ricchi, anche con la produzione di un compendio normativo sofisticato teso a privilegiare gli interessi di alcuni. Lo Stato non solo non ha rimosso gli ostacoli ma ne ha interposto sempre di più, sociali, economici e politici.

Secondo l’art. 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” quando ben sappiamo come al riconoscimento non corrisponda in alcun modo una promozione.

L’art. 5 secondo cui “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo” è stato saccheggiato per anni da incolti rubizzi credenti nell’ampolla e in altre rustiche amenità. Al contempo l’ampio decentramento si è tradotto nella prolifica elargizione di poltrone a piè spinta a portaborse e all’indotto familistico, il cui conto (diversi miliardi) ci viene ora consegnato.

Farsesco è certamente l’art. 7 secondo cui Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.” mentre a lungo la Chiesa ha interferito nella nostra politica, dettandola. Uno Stato fintemente laico, che ha spesso ceduto la sovranità nazionale.

L’art. 9 è uno di quelli che non ho esitato a definire “stuprato” da famelici avidi, incolti e sciocchi: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”. In un Paese come l’Italia dove cultura, ricerca, paesaggio sono i beni più preziosi e che ci rendono dinanzi al mondo intero la valle dell’Eden, nei decenni non solo non abbiamo promosso tale ricchezza ma neppure salvaguardata. Uno scempio aberrante. Anche economicamente delinquenziale. Ricordiamo come  alla nascita di ogni Governo, i Ministeri dei beni culturali e dell’ambiente erano i meno ambiti, di serie B. Forse perché non creavano abbastanza ricchezza “individuale”.

Secondo l’art. 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” ma la partecipazione dell’Italia a molte iniziative militari hanno dimostrato il contrario. Iniziative alle quali ci siamo prestati per motivi politici o anche per fare girare l’economia internazionale (e quella di alcuni soggetti). Finmeccanica docet.

Concludiamo oggi con l’art. 13 che ci ricorda anche come sia punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” mentre invece i fatti del G8 e le successive sentenze ci hanno dimostrato quanto sia ancora poco attuato. Tant’è che ci siamo accorti non esistere il reato di tortura!

E questo è solo l’inizio…

“La Costituzione stravolta nel silenzio”. L’appello del Fatto contro la riforma presidenziale