Ultimi scampoli della stagione dei divieti, con il primo cittadino di Forte dei Marmi che si è fatto notare per la recinzione che impedisce agli ambulanti di riposare all’ombra di un pontile dopo i chilometri macinati sotto il sole. Oggi ospito volentieri in questo spazio un contributo dell’amico Michele Ravagnolo sul proibizionismo estivo. (FT)

Da quando nel 2008 il “Pacchetto Maroni” (DL 92/2008) ha aperto le porte è stata un’alluvione di provvedimenti: a volte semplice messa in forma scritta (con prevista sanzione) di elementari norme di rispetto del prossimo; altre, lo sfoggio di una inventività davvero sorprendente,capace di vietare, un Comune sì e l’altro no, cose che in tutto il resto del mondo (e nel comune a fianco) sono perfettamente lecite.

Come sedersi in tre su una panchina in un parco pubblico. O costruire castelli di sabbia sulla spiaggia, magari dopo aver giocato coi racchettoni, o camminare con gli zoccoli di legno (sì: i cari vecchi Doktor Scholls tanto amati da medici e infermieri) e fare una grigliata nel giardinetto dell’appartamento delle vacanze. Ma anche (siamo un popolo di inventori, oltre che di santi e navigatori) stendere gli asciugamani alle finestre dopo una giornata in spiaggia, o le lenzuola tra casa e casa, dove sempre sono state, nei carrugi dei paesini liguri. O, dopo aver acquistato una bibita fresca sotto i 40 gradi dell’afa agostana, berla, invece che usare la lattina piena e intonsa come fermacarte: facendolo all’aperto, in un’ampia selezione di comuni italiani si rischia grosso, in termini di multe.

Una capacità di stupire tutta italica, come rimarcava qualche anno fa il britannico Guardian, che ci promuoveva a “stato-balia” dedito a dettare ai cittadini i gesti quotidiani, oltre che a far cassa, ai danni dei visitatori ignari, su comportamenti perfettamente leciti in tutto il mondo: per il sorriso dei lettori, ma con qualche plausibile danno per il nostro turismo. E se le necessità di cassa di comuni stremati, oggi più di 5 anni fa, dai tagli forse qualcosa c’entrano, a tenere in piedi tutta la barocca architettura dei divieti è una parola chiave ben precisa: “degrado”.

In questo senso, la prima ad agire fu Venezia, quasi 30 anni fa, quando un suo assessore decise che gli studenti con il sacco a pelo erano il pericolo maggiore per l’estetica della città, e mandò i vigili del fuoco ad inondarli con gli idranti di profumata acqua del Canal Grande. Un modo, si disse allora, di guadagnare immediata visibilità indicando capri espiatori invece che soluzioni. E probabilmente di visibilità, da quando vengono eletti direttamente, i sindaci ne hanno molto bisogno, anche perché con le casse vuote mancano di risorse per risolvere concretamente problemi. Le condizioni per un proliferare di iniziative (in concreto: ordinanze; possibilmente: capaci di guadagnare la prima pagina del giornale locale) in nome della lotta al degrado e del suo fratello gemello, la tutela del decoro, ci sono insomma tutte, e l’annuale monsone estivo di divieti balneari non ne è verosimilmente che una sottocategoria.

Un’emergenza in nome della quale alcuni anni fa l’allora sindaco di una grande città universitaria del nord (ora parlamentare europeo) emise severissime ordinanze “anti-movida” per impedire che nelle vie dei pub e delle osterie si bevesse chiacchierando sotto i portici fuori dai locali, e si tirò in testa l’ironia di tutto il web, con le foto postate su facebook di ragazzi e ragazze, ma anche gente abbondantemente sopra i 40, a cavallo delle porte dei bar, la birra in una mano, all’interno, e la sigaretta nell’altra: all’esterno. Oppure, in forza dell’invocato diritto al riposo degli anziani, l’ironica accusa di essere succube della “dittatura delle dentiere”, la minaccia – poi rientrata – di una “Presa della bottiglia” il 14 luglio o, più seriamente, i rilievi delle associazioni di categoria e la domanda, da molti lati, su quale rapporto con gli studenti la città pensi di instaurare, mettendo nel mirino la socialità giovanile.

Giovani ed ebbrezza, insomma: un binomio non del tutto inedito – basti aprire l’Iliade, senza scomodare il grande dio Pan, Bachtin o Le Goff, o ricordare gli studi sulle quantità di alcool pro capite nella storia d’Europa e ancora in tempi recentissimi – ma che è assurto a icona del “degrado”. Con alcune ragioni, e con molti dubbi. Che anche un autore come Mauro Corona, in un libro appena uscito e per lui forse sofferto, registra. Perché, accanto alla difficoltà, propria di tutti gli autori, di fare i conti coi propri personaggi più ingombranti (personaggio che nel suo caso è lui stesso, con il “mito” dei suoi eccessi alcoolici) e al timore di incentivare comportamenti irresponsabili, emerge forte il disagio per l’ipocrisia profonda del far finta di affrontare un problema invocando delle non-soluzioni, o, come dice lui, pretendendo che la pioggia cada all’insù. I problemi si affrontano concretamente, dice il suo solido buon senso montanaro: e quindi, raccontato in lungo e in largo come ci si può far male, alla dignità oltre che fisicamente, bevendo troppo, spieghiamo ai giovani come bere mantenendo il controllo ed evitando di mettersi in pericolo. Perché bere, per far festa, lo facevano e lo continueranno a fare – come antropologia e storia sociale confermano in abbondanza.

Un filo di ipocrisia peraltro presente in tutto il filone “lotta al degrado”, spesso volto a proibire comportamenti passibili di rischio senza distinguere fra eccesso, di solito già sanzionato (schiamazzi notturni, guida in stato di ebbrezza, disturbo dell’ordine e della quiete pubblica, atti osceni..) e comportamento in generale: bere un aperitivo, cenare con pizza e birra, sostare e conversare all’aperto. E che emerge anche nella scala dei comportamenti sanzionati, con la sensazione che si guardi soprattutto a soggetti “deboli”: ragazzi e immigrati che hanno come luogo di ritrovo gli spazi pubblici, turisti dalle tasche un po’ vuote che si mangiano un panino per risparmiare, studenti e così via. Mentre, per comportamenti spesso molto più pericolosi, ma messi in atto da persone con ben diverso “peso” sociale, come l’uso di stupefacenti nei locali esclusivi o le evoluzioni a margine spiaggia di moto d’acqua e motoscafi la sanzione, e l’indignazione, faticano a prendere corpo.

Una società, insomma, nella quale il mito della libertà di tutto per tutti sembra un po’ valere, in concreto, solo per chi se lo può permettere. Movimentata da periodici tsunami di divieti inflessibili con chi non può esibire una carta di credito gold, e pure un po’ ridicoli, se non apertamente autolesionisti. Soprattutto per un paese votato al turismo, e in rotta di collisione, come tutte le statistiche comprovano, con il suo futuro, i giovani.

Michele Ravagnolo