“A che serve essere vivi, se non abbiamo nessuna possibilità di vivere? Se non sappiamo quando finisce la nostra pena? Se siamo destinati a essere colpevoli e cattivi per sempre? Ci sono delle sere che il pensiero che possiamo rimanere in carcere per tutta la vita non ci fa dormire. E la speranza è un’arma pericolosa. Si può ritorcere contro di noi. Se però avessimo un fine pena, se sapessimo il giorno, il mese e l’anno in cui usciremo, forse riusciremmo a essere delle persone migliori, più buone, più umane. Forse riusciremmo a non essere più delle belve chiuse in gabbia. Signor Presidente della Repubblica, noi ‘uomini ombra’ non possiamo avere un futuro migliore, perché noi non abbiamo più alcun futuro. E per lo Stato noi non esistiamo, siamo come dei morti. Siamo solo come carne viva immagazzinata in una cella e destinata a morire. Eppure a volte, quando ci dimentichiamo di essere delle belve, noi ci sentiamo ancora vivi. E questo è il dolore più grande per degli uomini condannati a essere morti”.

Giorgio Napolitano, la cui attenzione in questi giorni è rivolta alla condanna a un anno dell’ex premier Silvio Berlusconi, ha recentemente stretto fra le mani questa lettera, scritta da Carmelo Musumeci, da oltre vent’anni dietro le sbarre, detenuto nell’alta sicurezza del carcere di Padova. Musumeci è uno dei 1.581 ergastolani rinchiusi nelle patrie galere, due terzi dei quali sono in regime “ostativo”. Proprio come Musumeci, a cui è inibito ogni beneficio penitenziario, nessun permesso è possibile, semilibertà o affidamento ai servizi sociali sono chimere. Al Due Palazzi di Padova gli ergastolani sono 70, gli “ostativi” almeno una decina. Il Fatto Quotidiano ha incontrato alcuni di loro. Premessa. Alcuni si dichiarano innocenti, vittime di errori giudiziari, altri ancora non fanno riferimento ai fatti per cui sono condannati o comunque ritengono di pagare un prezzo troppo alto. Ovviamente le sentenze fanno riferimento a crimini tremendi, fatti di sangue, omicidi, spesso legati all’appartenenza alle mafie. Ma queste persone esistono, murati vivi nelle celle, e la loro condizione merita di essere raccontata.

Musumeci è il promotore di una proposta di iniziativa popolare per l’abolizione dell’ergastolo. È stato arrestato nel 1991, aveva 36 anni. In carcere si è laureato in Giurisprudenza con la tesi “pena di morte viva”, ha scritto per Gabrielli editori Gli uomini ombra, Undici ore d’amore di un uomo ombra e un libro di favole per bambini, Le avventure di zanna blu, con prefazione di Margherita Hack. Nel 2007 ha conosciuto il compianto don Oreste Benzi, aderendo al progetto “Oltre le sbarre” della comunità papa Giovanni XXIII. Ma per la legge italiana è stato il capo catanese di una banda che gestiva brutti traffici in Versilia: fu vittima di un agguato, gli spararono sei colpi addosso. Vivo per miracolo, si è poi “fatto giustizia da solo”. E i suoi colpi sono andati a segno. Omicidio, condanna: “Fine pena mai”. Ha girato le sezioni alta sicurezza di diverse carceri italiane prima di arrivare a Padova. È stato anche all’Asinara, in regime di 41bis, l’isolamento totale riservato ai mafiosi nelle celle con le finestre “a bocca di lupo”, quelle che fanno entrare la luce ma che non permettono di osservare il cielo. Adesso dice: “A Napolitano ho chiesto umanità, commuti il mio ergastolo in pena capitale”.

La protesta e la punizione – Per gli altri detenuti di Padova Musumeci è un punto di riferimento, il vero leader di una “lotta di civiltà e umanità”, dicono da dietro queste sbarre. Nel giorno in cui il Fatto incontra i detenuti della redazione di Ristretti Orizzonti, Musumeci non può scendere dall’alta sicurezza neppure per la riunione della rivista, diretta da Ornella Favero, con cui collabora insieme ad altri trentacinque carcerati, tutti presenti. Musumeci è in punizione per quindici giorni, perché si è ribellato a una recente misura del Dap (il Dipartimento di amministrazione penitenziaria): i posti sono pochi anche al Due Palazzi di Padova, carcere considerato modello, così una struttura costruita per 450 persone adesso ne deve “ospitare” 900. Il che significa che, anche nel braccio dell’alta sicurezza, dentro le celle, con buona pace per il caldo opprimente di agosto, bisogna starci in due. Ad altri detenuti, anche in regime “ostativo”, ergastolani e non, è stato invece permesso di partecipare, di varcare la soglia a doppia e tripla mandata, scendere le scale e poter sedere nella sala redazionale del piano terra, insieme ai cosiddetti “detenuti comuni”. Ristretti Orizzonti conta 35 detenuti-redattori, ma il “gruppo di discussione” è più ampio, così attorno al tavolo e al direttore Ornella Favero, ci saranno almeno cinquanta persone. Tutti voglio parlare, raccontare la propria storia. Essere più di uomini-ombra per un paio d’ore almeno.

Giuseppe Avignone ha 75 anni, calabrese, quattro figli e dodici nipoti, sulle spalle tutto il peso di una detenzione cominciata nel lontano 1977. Con quella maledetta formula, “fine pena mai”, che accompagna la sua esistenza. “Sono detenuto da oltre 36 anni. Non ho reato ostativo. Ma il 27 aprile scorso, per l’ennesima volta, mi è stata rigettata l’istanza di liberazione condizionale”. La voce di Avignone s’incrina. Poi riprende: “Ho fatto per anni il 41bis e tutt’oggi mi trovo all’alta sicurezza. Cinque mesi fa la direzione del carcere di Padova mi ha declassificato, spostandomi dall’alta sicurezza alle celle dei detenuti comuni. Ho anche avuto un permesso. Era gennaio. Al ritorno in carcere sono stato rispedito all’alta sicurezza, perché il Dap si è espresso contrariamente alla direzione del Due Palazzi. Quindi quelli che mi conoscono dicono: ‘Tu devi essere declassificato’. Il Dap, che non mi conosce, da Roma, decide di no. E non ho capito perché”. Giuseppe, perché sei detenuto? “Io per… omicidio. Ho una fitta corrispondenza con la famiglia della mia vittima e loro dicono che non c’entro niente. Tant’è vero che il 3 luglio scorso la Cassazione voleva riaprire il caso, ma dopo 36 anni non c’è magistrato che possa buttarsi fango addosso. Io sono stato condannato all’ergastolo per sentito dire. Un pentito dice che glielo avrei rivelato nel carcere di Trani”.

“Non ho visto nascere mia figlia” Biagio Campailla, 43 anni, quando si è sposato ne aveva appena 14, ha quattro figli, il più grande è nato 28 anni fa. Biagio è in carcere da poco prima della nascita della più piccola, oggi quindicenne, che non lo ha mai visto da uomo libero. Siciliano, è stato estradato dal Belgio e solo da cinque anni non è più in regime di 41bis: “Per tutto quel tempo con la mia famiglia ho potuto avere un solo colloquio al mese, separato dal vetro. I primi sette anni ero addirittura in area riservata, in una cella di un metro e 52, questo ho subito ad Ascoli Piceno. Sono condannato all’ergastolo ostativo. Non potrò mai godere di permessi. Non potrò mai uscire a lavorare. Questa cosa di partecipare al giornale, a questa riunione, è un’eccezione. Mia figlia più piccola non l’ho vista neppure nascere e altri due miei figli quando vedono il carcere, le sbarre, i vetri, si sentono male. E non vengono più. Qui qual è il futuro? Non c’è futuro”.

Salvatore Calone, 44 anni. Dentro per tentato omicidio e altri reati. Dal 2001 al 2010 è stato anche lui in regime di 41bis. A Roma, Rebibbia, e a Terni. Adesso, a Padova, è ancora un “ostativo”, in alta sicurezza, nessun permesso possibile, ma almeno la luce la vede. Non è un ergastolano. Fine pena: 2015. C’è quasi. “Mia figlia ha 12 anni. Ha una fobia. Non può entrare in stanze piccole, seppur con i giocattoli. Col 41bis se non sei forte impazzisci. Ricordo che avevo chiesto un libro: Il nome della rosa. Me lo hanno negato. Soffro di una patologia, atti di autolesionismo. Dicevano che quel libro l’avrebbe alimentata. Quel tipo di lettura non andava bene, dovevo accontentarmi di Topolino”.

“Sto perdendo anche la ragione” Sono solo alcune delle voci, delle testimonianze, raccolte dal Fatto dietro le sbarre del carcere di Padova. Molti altri volevano parlare, liberandosi, in qualche modo, per pochi minuti. Avrebbe voluto parlare anche Carmelo Musumeci, in punizione appunto. Ha mandato un messaggio al cronista: “Ti confido quanto ho scritto oggi nel mio diario: gli uomini ombra iniziano a morire molto prima che finiscano la loro pena. Ho sempre tentato di conservare i miei sogni, ma da un po’ di tempo non ci riesco più. Superati i 20 anni qui capisci che stai perdendo tutto, anche la ragione. Solo l’amore che c’è in noi si ostina a non voler morire, forse solo per il gusto di farci soffrire”.

da Il Fatto Quotidiano del 17 agosto 2013